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30 dicembre 2020

Un testimone della fuga del re.

Ha 105 anni e vive in Australia: è il testimone oculare di quella notte del 1943 

Incontrò Vittorio Emanuele al porto: «Mi disse di accendere le luci per i reali»

di Alfredo Sitti

ORTONA. Il 28 dicembre 1943 Ortona veniva liberata dall’occupazione nazista. Nel 77esimo anniversario arriva dall’altra parte del mondo una testimonianza di chi quel periodo lo ricorda molto bene. Attilio Gaudio vive a Sidney, oggi ha 105 anni, e nei mesi precedenti a quel dicembre che passò alla storia per la Battaglia di Ortona, fu uno dei testimoni diretti della fuga di re Vittorio Emanuele III dal locale scalo marittimo. È un racconto prezioso quello che l’anziano ultracentenario fornisce al Centro. Lui, che all’epoca era l’addetto al faro, seguì le operazioni che portarono all’imbarco della famiglia reale sulla Baionetta diretta a Brindisi. Quello che accadde la notte del 9 settembre 1943 è un ricordo nitido tramandato a pochi e custodito nella sua memoria, ancora ferrea nonostante l’età avanzata. 

23 dicembre 2020

La casa di terra è crollata


 La casa di terra di via Benedetto Croce è crollata. Era imprigionata tra i palazzi della via Tiburtina come ultima testimone di un piccolo mondo ormai scomparso, una piana costellata di abitazioni rurali, probabilmente circondate da animali. 

10 dicembre 2020

Le sorprese di Piazza San Giustino

 Gli scavi a Piazza San Giustino. Non è la prima volta. Abbiamo già dato notizia della scoperta delle grandi cisterne sotto la piazza. Ora vediamo scavi non molto profondi ma le sorprese non mancano.

La stampa locale ci ha mostrato ieri l'immagine di una testa di Venere. Frammento di una scultura marmorea di raffinata fattura.

Come nel caso della sepoltura del longobardo, la storia molto antica della nostra Chieti spesso è sotto i nostri piedi, vicinissima.


02 settembre 2018

La cattedrale dimenticata

Sotto il pavimento di Piazza San Giustino c'erano mura romane e forse lo si poteva immaginare, poi tra il terriccio giallo e gli antichi mattoni s'è creata un'apertura simile a quelle voragini che talvolta hanno lacerato le strade in varie zone della città.


Gli speleologi che si sono calati nel buco hanno trovato un'ipogeo sconosciuto.
Le fotografie sono incredibili, ci mostrano una cattedrale sotto la cattedrale. Un ambiente perfetto rimasto sigillato e nel silenzio e nel segreto dei secoli.



Gli archi sono magnifici. Hanno sostenuto la piazza, la chiesa e il campanile insieme a tutto il traffico che per decenni ha animato quel luogo: il traffico incessante del parcheggio di vetture, gli scooter, gli autobus degli anni sessanta e settanta che affollavano la piazza quando San Giustino era l'unica autostazione di Chieti, e ancor prima lì passava il tram con le rotaie e le carrozze dei signori e la grande fontana. Tutto sopra quegli archi di mattoni.


Per tutti noi che abbiamo passeggiato sulla piazza e siamo saliti e discesi dalla gradinata della chiesa, il nostro sembrava un camminare coi piedi per terra, non sapevamo di stare tutti sulla soffitta di una grande palazzo sconosciuto.


Dieci anni fa Chieti ci aveva sbalordito col ritrovamento del longobardo e poco prima erano riemersi i mosaici davanti al Teatro Marrucino, ma questa di oggi è una scoperta fantastica. Basta guardare le immagini volgendo la mente al passato per provare le vertigini del lunghissimo tempo trascorso tra le navate pulite di quello spazio irraggiungibile, ma vicinissimo a noi. Uno spazio inimmaginabile.
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AGGIORNAMENTO del 20 settembre 2018 - Lo scavo è stato già richiuso. L'antica cisterna non sarà più visibile per nessuno.

16 dicembre 2017

Il palazzo di giustizia e le sue memorie

Il restauro del palazzo di giustizia di piazza San Giustino ha dato occasione per una cerimonia di inaugurazione che ha restituito alla città una memoria importante. Non solo quella del famigerato processo Matteotti, ma soprattutto quella degli uomini che all'epoca ebbero il coraggio di contrastare il regime fascista contrassegnato da abusi e violenze: l'avvocato Galliano Magno, che nel processo Matteotti fu il legale della vedova, e il magistrato Mauro Del Giudice, che aveva coordinato le indagini a Roma prima che il processo fosse trasferito a Chieti. Una terza aula è stata intitolata al giudice Antonella Radaelli, spentasi prematuramente la scorsa estate.

Nel blog abbiamo parlato più volte dell'avvocato Galliano Magno sostenendo l'importanza di ricordarne l'opera, qui nella città dove ha svolto il suo difficile compito esponendosi alle minacce e alle violenze dei fascisti che lo costrinsero a trasferirsi a Pescara.

Un aiuto alla memoria di quegli anni oscuri, in cui gli italiani persero la libertà e la dignità, ci viene anche dal libro di Pablo Dall'Osa presentato oggi presso la libreria De Luca. "Il tribunale speciale e la presidenza di Guido Cristini" è una ricerca storica su un protagonista della (in)giustizia fascista. Anche Cristini era avvocato ed era originario di Guardiagrele, a lui si deve l'idea di portare il processo a Chieti e anche lui partecipò al processo come difensore di uno degli imputati, affiancando il famigerato Farinacci.
Negli anni successivi Cristini diventò il presidente del Tribunale Speciale istituto da Mussolini per reprimere il dissenso politico e in tale ruolo si guadagnò la fama di "boia del duce" e di "presidente macellaio".

Gli ideali di legalità, di giustizia e di solidarietà che guidavano il pensiero e l'azione di Giacomo Matteotti, Mauro del Giudice e Pasquale Galliano Magno si scontravano con la cieca brutalità di Cristini e dei suoi "lupi", che godevano del sostegno del Barone dell'Aterno, Giacomo Acerbo, e dell'eroe di guerra Raffaele Paolucci. Paradossalmente, nonostante la sconfitta del nazi-fascismo che celebriamo tutti gli anni il 25 aprile, questi capibastone della dittatura fascista sono stati onorati anche dopo, negli anni della Repubblica democratica, lasciando ancora nell'ombra i veri eroi.

Dei conti che l'Italia non ha mai fatto rispetto ai trascorsi del fascismo si è occupato anche Romano Canosa in Storia dell’epurazione in Italia (Baldini&Castoldi), Hans Woller in I conti con il fascismo (il Mulino) e Mimmo Franzinelli in Il tribunale del Duce. La giustizia fascista e le sue vittime (1927-1945).

Presso il Tribunale di Chieti ora è allestita anche una mostra dedicata all'avvocato Galliano Magno.

13 dicembre 2015

Un aula per l'avvocato Galiano Magno

Finalmente. Qui lo chiedevo da anni. Ora il Tribunale di Chieti ha deciso di dare un giusto riconoscimento all'Avvocato Galliano Magno. La notizia è stata pubblicata su Il Centro dei giorni scorsi. Ne siamo lieti e continueremo ad aspettare che qualche buon segnale arrivi anche dall'amministrazione comunale. 
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Ogni città ha un simbolo. Un marchio che la rende unica. Chieti ha un processo farsa agli assassini di Giacomo Matteotti da scontare come pena a vita. E da riscattare. Lo fa intitolando a Pasquale Galliano Magno una nuova aula del tribunale. Quella accanto avrà invece il nome di Mauro Del Giudice, che da Rodi Garganico si ritrovò ad istruire il processo al fascismo che si celebrò nel 1926 in città in un clima mussoliniano, e con un esito scontato, a due anni dal sacrificio di Matteotti. 


03 dicembre 2014

Un libro dedicato all'avvocato di Matteotti

Il libro "L'avvocato di Matteotti - Pasquale Galliano Magno" a cura di Claudio Modena, è stato presentato a Montecitorio e sarà di nuovo presentato all'Aurum di Pescara il 5 dicembre 2014 con l'intervento dell'On. Bray e dello storico prof. Mauro Canali.



Pasquale Galliano Magno è stato avvocato a Chieti e protagonista dello storico processo agli assassini dell'on. Matteotti. La sua vicenda è poco conosciuta, ma finalmente viene ricostruita in un libro a cui ha collaborato anche il prof. Filippo Paziente

27 gennaio 2013

Genius loci

I testi teatrali di Patrizio Domenicucci pubblicati in un libro delle edizioni Carabba di Lanciano sono il segno di una pregevole produzione culturale ancora presente nella nostra città. Le due opere "Voci di Pietre" e "L'assedio di Chieti" aprono interessanti finestre sul nostro passato.

Nella premessa l'autore scrive: "basandomi sui brandelli biografici contenuti nelle iscrizioni e in altre fonti storiche e procedendo ad integrazioni di necessità arbitrarie, ho dato voce ad alcuni morti di Iuvanum e di Teate, che per il breve spazio di una notte ritornano sulla terra a testimoniare il loro disperato amore per la vita".

Il volumetto presentato ieri al pubblico presso la Libreria De Luca è corredato di note sulle fonti storiche utilizzate dal prof. Domenicucci nonché dalle osservazioni sulla messinscena curata da Carmela Caiani. Le due opere infatti sono state rappresentante nel 2011 e nel 2012 dal gruppo teatrale diretto dalla maestra Caiani nell'antico teatro di Juvanum e nel Largo Cremonesi di Chieti. Altre rappresentazioni sono state realizzate dal gruppo teatrale "Gli Sbandati" presso le università di Chieti e di Roma.

Ancora più interessante il lavoro compiuto sul racconto storico dell'assedio dei Saraceni avvenuto nel IX° secolo che, per ammissione dello stesso autore, si presta ad una lettura anche allegorica rispetto all'isolamento e alla rassegnazione che sembrano caratterizzare storicamente Chieti. Caratteri ancora evidenti che potrebbero risalire "a quella sorta di trauma originario rappresentato nell'801 dalla distruzione della città ad opera di Pipino che ne punì annientandoli gli abitanti."



16 luglio 2012

L'avvocato Galliano Magno

Lo storico Filippo Paziente ha proposto su Chietiscalo.it un breve profilo dell'avv. Pasquale Galliano Magno di cui avevamo parlato anche qui l'anno scorso.

Non ho potuto assistere all'inaugurazione dell'Aula della Corte d'Assise di Chieti dedicata alla memoria di Giacomo Matteotti e non avrei mai potuto immaginare che quella circostanza non diventasse occasione per rievocare anche la figura dell'avvocato Galliano Magno, del Foro Teatino. Ne sono molto rattristato perché mi sembra che in questo modo Chieti e gli avvocati di Chieti stanno perpetuando un'ombra vergognosa. Nel mio articolo avevo auspicato l'acquisto della biblioteca dell'avvocato che meriterebbe di essere collocata a Chieti dove egli esercitava la professione forense. Chieti ha un debito morale nei suoi confronti.

Voglio riproporre anche qui l'articolo di Filippo Paziente, con la speranza che Chieti faccia qualcosa per recuperare la memoria di chi s'è impegnato anche a proprio rischio per il bene comune.

03 agosto 2011

La tela (finita) di Penelope

[articolo aggiornato il 5 agosto alle 22,45]

L'avevo chiamata "Tela di Penelope" perché i lavori nella scalinata nei pressi di Porta Pescara sembravano non avere mai fine. Pare che adesso siamo arrivati alla fine. C'è stata anche una sorta di inaugurazione con visita agli ambienti sotterranei. Due mesi fa, ma ne ho avuto notizia solo ora. Trovate tutto sul sito della ditta appaltatrice.  

Nello stesso sito è pubblicata anche una videoregistrazione della conferenza svolta l'anno scorso ad Urbino sul sistema idrico dell'antica Teate. Anni di lavoro per i quali a Chieti non s'è spesa neanche una parola. Sono contento di aver trovato questo sito ricco e accurato del Centro Ricerche CARS, che finalmente chiarisce molte cose. Sembra che a Chieti non siamo capaci di parlare di Chieti, solo sterili polemiche a cui, purtroppo, ho contribuito anch'io, senza sapere cosa ci fosse là sotto.

Ma dove avrei potuto raccogliere le informazioni? Le avevo chieste perfino alle guide durante le visite alla cisterna di via Gizzi: la Tela di Penelope sembrava un mistero per tutti. Ora non lo è più. Aspettiamo una prossima occasione per visitare questi "nuovi" antichi canali sotterranei.

Aggiornamento - sono andato a vedere: l'accesso ai sotterranei è chiuso come si poteva facilmente immaginare. La sorpresa che non mi aspettavo è la transenna da cantiere posta davanti alla scalinata che dovrebbe condurre in via dei Tintori. Dunque la "tela di Penelope" non è ancora finita. Aspettiamo.

31 luglio 2011

L'avvocato di Matteotti

Leggo su PrimaDaNoi delle difficoltà che incontrano gli eredi per dare una buona collocazione alla biblioteca del defunto avvocato Galliano Magno. Conosco il tipo di problema perché l'anno scorso mi sono occupato di un caso simile, ma non sapevo nulla dell'avvocato Magno. Non sapevo che era stato un protagonista del processo Matteotti, come difensore della parte civile, e soprattutto non sapevo che aveva esercitato la professione a Chieti finché non fu "costretto a fare fagotto e ad abbandonare Chieti" a causa delle violenze a cui fu sottosposto dai fascisti.

Sappiamo tutti che il processo Matteotti fu celebrato a Chieti per una scelta del regime che vedeva in questa "città della camomilla" una garanzia di buon insabbiamento, però solo le vicende personali, come questa dell'avvocato Galliano Magno, ci permettono di rientrare nel clima dell'epoca e nei suoi drammi. Sono conoscenze importanti, servono a fugare i malintesi, perché altrimenti "città della camomilla" potrebbe far pensare ad un posto tranquillo dove ogni avvocato esercita la propria professione senza turbative di alcun tipo e magari può anche difendere i diritti di una vedova senza subire ritorsioni e aggressioni.

Il turpe processo agli assassini di Matteotti è stato celebrato nel Palazzo di Giustizia di piazza San Giustino. L'Aula di Corte d'Assise è stata intitolata a Giacomo Matteotti con un provvedimento di pochi mesi fa. Il prossimo 7 ottobre ci sarà la cerimonia ufficiale. Sarebbe bello che in questa occasione Chieti potesse recuperare anche la biblioteca dell'avv. Galliano Magno, collocandola magari proprio in una stanza del Palazzo di Giustizia, con tutti gli atti e le lettere di quello storico processo. Sarebbe bello per la città e anche per la memoria di un avvocato ingiustamente allontanato da Chieti.

Come potete leggere nei commenti all'articolo di PrimaDaNoi, le richieste già rivolte all'amministrazione civica di Chieti dagli eredi dell'avvocato Galliano Magno sono rimaste senza risposta. Perciò la mia proposta è quella di sollecitare gli avvocati del Foro teatino, i magistrati e le associazioni culturali della città. Credo che sia necessario sollecitare anche il sindaco e l'amministrazione comunale affinché Chieti si impegni per un definitivo riscatto della propria immagine. Occorre fugare definitivamente il sospetto di nascondere nel torpore di camomilla un cupo e ottuso arroccamento di fascisti.

Per farlo non bastano le targhe e le intitolazioni, ma servono anche queste formalità. In tempi di crisi economica, di scollamento della politica dalla vita sociale e di tensioni generate dai flussi migratori, occorre scongiurare ogni tentazione di scorciatoie violente, ogni voglia di soluzioni drastiche, ogni regressione dei diritti di democrazia. La memoria degli errori (ed orrori) del passato può salvarci.

29 dicembre 2009

Vere e false tradizioni

Il Museo Civico di Leonessa rappresenta un ottimo modello per quello che si potrebbe realizzare a Chieti. Raccoglie oggetti e documenti storici ma anche memorie popolari, usanze e tradizioni. Tutti elementi necessari alla struttura che potrebbe diventare il fulcro di un sistema di promozione di ciò che abbiamo definito "turismo di ritorno".

Il ritorno alle proprie radici non riguarda solo i figli e i nipoti di emigranti. Anche noi abruzzesi che siamo rimasti qui siamo esposti al rischio di smarrire la nostra cultura e la nostra identità. Anche noi abbiamo bisogno di conoscerci meglio coltivando un legame con le storie, le credenze e le tradizioni che hanno fatto di noi ciò che ora siamo. Il rischio non viene tanto dall'incontro con altre culture, ma piuttosto dall'ignoranza e dalla trascuratezza.

Dove domina l'ignoranza non si produce niente e si cade anche nel ridicolo. Il senso di identità non si può costruire su invenzioni e buffonate come i raduni leghisti in camicie verdi, con elmi cornuti e ampolle sacre del fiume Po. Anche in Abruzzo l'estate è punteggiata di cortei medievali allestiti mescolando dame e cavalieri, paggetti e sbandieratori, tutti abbigliati per un carnevale a tema fatto di porchette, balestre e calzamaglie colorate.

L'ignoranza costringe a costruire l'identità in opposizione all'altro, al presunto nemico. L'ignoranza alimenta la paura e la ricerca di identità diventa solo un modo per opporsi al diverso: l'africano, l'islamico, il cinese, il rom. Emblematica è la recente difesa del crocifisso fatta da gente che ormai non sa neanche i nomi dei quattro vangeli. Discutiamo del crocifisso come simbolo sacro o simbolo etnico senza vedere che i nostri figli non conoscono né le parabole, né i comandamenti. La loro religione è il consumismo, quello che i cristiani chiamavano "mammona". Ed ora i servi di mammona vorrebbero mettere il crocifisso a mo' di gagliardetto anche sui mercati e sulle bische. Tanto per segnare il territorio. Qualcuno ha proposto perfino di metterlo nella bandiera, dove un tempo c'era lo scudo sabaudo. Si torna al principio del "cuius regio, eius et religio". Indietro tutta, diceva Renzo Arbore nei primi anni della Tv spazzatura.


L'ignoranza saziata di spazzatura mentale ha già fatto del Natale una festa consumistica dominata dal munifico 'signore delle renne'. Abbiamo messo un vecchio pancione, simbolo di ricchezza illusoria ed illimitata, al posto del bambino nudo deposto nella mangiatoia.

L'ignoranza può trasformare il crocifisso in un simbolo di guerra e di odio. L'ignoranza può accecare le coscienze fino al delirio. La TV è passata dalle creme dimagranti di Vanna Marchi agli amuleti miracolosi del finto santone brasiliano e ora siamo arrivati alle svendite di razzismo spicciolo di Prosperini.

Si sta affermando una religione senza Dio che fa da sfondo a tradizioni rabberciate e improvvisate. Quanti riconoscono nel proprio cognome le tracce dei turchi, degli spagnoli e degli slavi che hanno contribuito a fondare la nostra identità? Quanti sanno che la presenza rom in Abruzzo è antica di secoli? Quanti conoscono i nomi abruzzesi degli arnesi domestici, dei frutti, delle pietanze?

In questi giorni ho scoperto nuove cose sulle origini della mia famiglia. L'ho fatto grazie ad un libro di Pietro Cupido pubblicato dalla casa editrice Menabò. E' un libro che ricostruisce la storia dei trabocchi, quelle curiose "macchine per pescare" che sono diventate parte essenziale della costa teatina. I trabocchi sono pezzi di paesaggio e di tradizione del territorio teatino, ma sono lì grazie alle immigrazioni di tedeschi e di francesi passati attraverso la penisola iberica prima di giungere sulle coste abruzzesi. La scoperta mi ha consentito di riportare mia madre a San Vito, nella vecchia casa avita. Là c'è ancora l'aranceto che mostra i suoi frutti e racconta anche il senso storico, economico e familiare de "li purthall".

Queste storie provengono dal nostro passato multietnico e ci aiutano a capire la complessità del nostro dialetto nel quale si riconoscono le tracce lasciate dal francese e dallo spagnolo. Della lingua italiana e del dialetto abruzzese riparleremo nella prossima puntata sul turismo.

Buon anno nuovo!

01 novembre 2009

Senza pietà

In questa domenica dei Santi, mentre mi recavo alla messa, ho visto la lapide spezzata in via Principessa di Piemonte. Nel giorno in cui molte persone vanno a portare fiori al cimitero, questo oltraggio alla pietà dei defunti è ancora più offensivo. Ma c'è di più, perché vi si legge anche un gesto di estrema viltà che vuole deliberatamente offendere le vittime di una barbarie, colpevoli di essere vittime. E' una bravata fascista che vuole ribadire il diritto fascista di perseguitare i deboli e gli onesti, di portarli alla morte e di cancellare per sempre il loro ricordo.


Mentre molti ragazzi s'allontanano dalla nostra tradizione cristiana per festeggiare le carnevalate di Halloween diffuse da un consumismo frivolo ma non disinteressato, qualcuno ha deciso di compiere un gesto simbolico che toglie alle vittime innocenti internate nell'asilo di via Principessa di Piemonte il diritto alla memoria e alla pietà. Non c'è niente di più profondamente anticristiano della mentalità fascista che oggi ferisce anche quel minimo senso di civilità fondato da sempre sul rispetto dei morti comune ad ogni civiltà o religione.

Mi vergogno di vivere in una città che ci abitua a questi segni. Oggi la lapide che ricorda gli internati nell'asilo, ieri la svastica sulla lapide delle vecchie carceri in ricordo della cattura e degli interrogatori subiti dai martiri di Colle Pineta, ancor prima la rimozione della lapide davanti al palazzo comunale che ricorda i partigiani della Brigata Majella.

Chieti è una città piena di lapidi perché la sua storia è costellata di vergogne che, ovviamente, non riguardano tutti. Chieti è anche la città di Monsignor Venturi e dei ragazzi della Banda Palombaro, però c'è un'anima tenebrosa che continua a covare odio, che non vuole riscattarsi dal passato e coltiva la voglia di ripetere i più funesti errori.

Chieti non è sola in questa china e mi rattrista vivere nell'Italia che rinnega la sua millenaria tradizione mediterranea, ponte di civiltà, per diventare sempre più razzista e violenta. C'è troppa pena nel vivere dove un ragazzo può essere massacrato per il colore della pelle, per una sigaretta, per il gusto nel vestire, per il modo di camminare; dove la violenza fascista si scaglia anche contro il giudice; dove il povero invece di ricevere conforto o elemosine viene arso vivo. Così a Firenze, Bologna, Roma, Napoli... giovani trascinati alla violenza dai neonazisti in camicia verde e dai sindaci arruffapopolo. Tanti Karazic di casa nostra che forse affilano già le armi da consegnare a nuovi macellai come Mladic e Arkan. L'Italia rischia di vederli spuntare al montare di questa marea di odio che (Dio ce ne scampi) potrebbe tramutarsi in un fiume di sangue.

Sono già troppo disgustato dalla inondazione di falsità che devasta quotidianamente i discorsi e confonde le coscienze chiamando pace ciò che è guerra, chiamando offesa ciò che è semplice richiesta di giustizia, chiamando meritocrazia ciò che è annullamento di ogni merito acquisito, chiamando comunismo ogni semplice regola di democrazia, chiamando libertà ciò che è sopraffazione, chiamando democrazia la sete di potere. C'è perfino chi s'appella ai valori cristiani per istigare all'odio satanico...

Sono avvilito anche dalla rassegnazione e dal silenzio a cui sono ridotti molti di coloro che non appartengono alla schiera degli spietati.

14 giugno 2008

La tomba del longobardo

Il ritrovamento di una tomba vicino al Largo Barbella è un fatto sorprendente e ancor più sorprendente è sapere che si tratta di un'antica sepoltura longobarda rimasta là, intatta, per tredici o quattordici secoli.

E' strano pensare d'aver camminato tante volte su quella tomba senza sospettare nulla. E' strano pensare agli operai che hanno lavorato alle fondamenta dei vicini palazzi e a quelli, altrettanto ignari, della manutenzione stradale.

Tomba ignota di un uomo ignoto. I curiosi che si sono avvicinati allo scavo durante il ritrovamento hanno pensato ad un morto dell'ultima guerra, forse un soldato sepolto in tutta fretta per evitare rappresaglie. Abbiamo la tendenza a riportare tutto negli angusti limiti dell'esperienza personale. Pochi anni fa nel rifacimento della pavimentazione di piazza Valignani perfino il sindaco provò a smentire gli archeologi: "quelli sono i mattoni della fornace di Femminella e mi ricordo pure di quando ce li hanno messi". Ma non credo che la pavimentazione a mosaico rinvenuta vicino all'ingresso del Teatro potesse trovare qualche spiegazione nella pur formidabile memoria di Nicola Cucullo. Quei mosaici non potevano averli fatti gli scolaretti delle Nolli. E' vero che tutti i dubbi sono leciti da quando i maggiori esperti d'arte autenticarono a Livorno le pietre scolpite per gioco col Black & Dacker come capolavori di Amedeo Modigliani, ma a Chieti non sembra esserci possibilità di burla. I mosaici erano mosaici e lo scheletro senza panni e senza scarpe non ha nessuna possibilità di essere un morto d'epoca recente.

Le spoglie rinvenute sotto il pavimento di quella via senza nome che immette dal corso in Largo Berbella sono i resti di qualcuno che vide Chieti nella sua forma romana, decaduta, ma forse non molto cambiata dal periodo del suo splendore. Il longobardo ha ascoltato le voci di chi usava ancora la lingua di Ovidio, a lui probabilmente incomprensibile. Non sappiamo il suo nome, la sua storia; non sappiamo se tra i teatini di oggi ci sono suoi discendenti. Sappiamo solo che lui ha riposato là, sotto pochi centimetri di terra calpestata ogni giorno da centinaia di ruote e di piedi. Nemmeno i grandi faraoni hanno goduto di un così lungo periodo di inviolato riposo.

Sulla sua anonima tomba sono passati quasi tutti gli abruzzesi, venuti a Chieti per sbrigare qualche ufficio, per la visita militare o la processione. Nei secoli passati là hanno passeggato dame e cavalieri. Quel velo di terra battuta è stato calpestato dai piedi scalzi di bambini, dagli zoccoli dei muli, dai sandali dei domenicani e dalle ruote dei carretti. Tutti i giorni, tutte le stagioni, senza sosta, per anni e anni, generazioni e generazioni, attraverso guerre, epidemie, signorie, sconvolgimenti epocali. Centinaia di famiglie hanno costruito le loro fortune, edificato palazzi, eretto torri e cappelle e poi si sono estinte senza che nulla sia rimasto di loro. Le chiese, i monasteri, le case sono cambiati mille volte attraverso tanti secoli, mentre il longobardo era sempre là, sotto quei pochi centimetri di terra.

Per la sua sepoltura era stato scelto un luogo appropriato, vicino al punto in cui la via consolare romana (la Tiburtina Valeria che a quei tempi passava ancora sul tracciato del Corso Marrucino) s'incrociava col percorso che conduceva all'antico tempio di Iside, affacciato verso la valle in direzione del tramonto del Sole. La zona era equidistante dal tempio di Ercole e dai tempietti gemelli (Castore e Polluce?). A quell'epoca gli edifici sacri erano già riadibiti al culto cristiano e non sappiamo se lo straniero fosse cristiano, cosa poco probabile. Comunque tra templi e chiese il suo riposo doveva sembrare ben protetto e così infatti è stato. Nei secoli nessuno ha violato la tomba fino all'arrivo degli operai che il sindaco Ricci invia ogni mattina ad aprire un nuovo cantiere e a smuovere perfino la terra di ultramillenaria posa.

Se il longobardo avesse potuto essere presente alla sua fortuita riesumazione si sarebbe sorpreso più di noi e forse si sarebbe anche incavolato non poco a ritrovarsi là, davanti alle scale dei cessi pubblici, tra muri di banche, parcheggi e cassonetti di spazzatura. Non c'è più neanche un albero, una siepe, un cippo, una fontana, nemmeno il panorama della valle con i suoi meravigliosi tramonti ora completemente oscurati dai palazzi di Largo Barbella e via Vitacolonna: "ditemi, chi è stato - urlerebbe nel suo idioma germanico tra la puzza e il rumore di automobili - chi ha trafugato la mia salma per portarla in questo postaccio immondo?"

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Scherzi a parte, credo che potrebbe essere interessante cercare di recuperare le carte (se esistono ancora) riguardanti la costruzione del Banco di Napoli (attuale San Paolo). E' strano che proprio in quel punto l'edificio abbia una rientranza. Ci dev'essere stato un motivo molto serio per rinunciare alla pianta quadrata. E' possibile che là ci sia stato qualcosa che impediva un'appropriazione privata nonostante le enormi disponibilità finanziarie di una Banca.

Potrebbe essere interessante anche una ricerca sulla realizzazione dei servizi igienici perché costituiscono una servitù pubblica gravante su un edificio privato. Potrebbero essere stati realizzati sulla base di qualche preesistente vincolo pubblico.

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A questo link c'è la documentazione fotografica del ritrovamento realizzata da Daniele Nicolucci.
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15 maggio 2008

Un emigrante

I due incontri in programma al Teatro Marrucino per sabato e domenica (per leggere la locandina è sufficiente cliccarci sopra) sono dedicati a Severino Di Giovanni nato a Chieti nel 1901. Nel 1923 emigra in Argentina definita dagli anarchici 'terra di missione' perchè vi trovavano circoli, sindacati e giornali. A Buenos Aires fonda e dirige la rivista "Il Culmine". Processato da una corte marziale viene fucilato nel gennaio del 1931. Il giorno dopo la sua tomba fu trovata ricoperta di rose rosse. Il governo golpista si trovò costretto prima a presidiare la tomba poi a traslare la salma in una fossa comune. Alla vita di questo 'idealista della violenza', come lo definisce Osvaldo Bayer, suo biografo, è ispirato il romanzo "Un caffè molto dolce" di Maria Luisa Magagnoli che sarà presente il 17 e 18 maggio alle giornate dedicate a questo 'migrante' partito dall'Abruzzo con una valigia piena di sogni.

28 ottobre 2007

Chieti campione d'Italia

Da tempo mi chiedo se è possibile che Chieti sia una città campione della politica italiana, un luogo dove le vicende politiche nazionali si riproducono in piccolo rispettando l'esatta dinamica che, nel bene e nel male, caratterizza il più ampio e complesso contesto nazionale. Agli esperti di campionamenti statistici potrà sembrare un azzardo, ma ci sono vicende che potrebbero confermare il mio sospetto:

1 - il Processo Matteotti - nel 1926 Chieti fu sede elettiva di un processo giudiziario di portata storica che è stato un banco di prova del regime fascista. In un certo senso a Chieti il fascismo ha collaudato la sua capacità di asservire il potere giudiziario alle esigenze della nascente dittatura.

2 - I Savoia - Non conosco la storia risorgimentale di Chieti, ma alcune tracce come la cronaca del saluto trionfale a Vittorio Emanuele II° mi fanno pensare che anche quello fu un banco di prova per la nuova monarchia. Era il 18 ottobre 1860, l'Italia era ancora tutta da fare e i piemontesi avrebbero trovato molte resistenze nel brigantaggio e nella forte opposizione della Chiesa, eppure a Chieti i nuovi padroni ebbero subito il segno popolare della loro futura affermazione.

3 - La guerra in casa - Durante la guerra Chieti è stata dichiarata città aperta, al pari di Roma. Luoghi esclusi dai combattimenti che diventarono teatro di vicende esemplari in cui si riassumono le nefandezze, il coraggio e la ferocia di quei tragici giorni: i ragazzi della banda Palombaro reclusi alle carceri vecchie (la nostra via Tasso) e la fucilazione a Colle Pineta (la nostra contrada Ardeatina).

4 - Il terrorismo - Perfino gli anni di piombo, che hanno avuto il loro punto culminante nel 1978 col rapimento di Aldo Moro ad opera delle "Brigate Rosse", ebbero a Chieti in quello stesso anno una replica paesana (fortunatamente senza conseguenze tragiche) inscenata dai ragazzini di "Alba Rossa". Si scoprì che dietro gli slogan da comunismo combattente c'erano solo fascistelli, tutti ragazzi viziati di buona famiglia. Molte vicende del terrorismo nazionale sono ancora piene di ombre e misteri, ma anche là le indagini sono arrivate a giovani viziati e protetti come Donat-Cattin junior, e Roberto Sandalo (uno che oggi difende i valori italici e cristiani dal presunto pericolo islamico) e professori come Senzani e Fenzi. Tutta gente che preferiva ammazzare il sindacalista rosso, il giornalista democratico o il magistrato antifascista piuttosto che provare a parlarci. Tutta gente che sarà ben presto perdonata perché non appartiene all'umile schiatta dei Bresci, degli Acciarito e dei Passannante.

5 - Raccomandopoli - Il lungo dominio politico della Democrazia Cristiana vede la sua fine col processo milanese di Tangentopoli, qui si traduceva in una tangentopoli in miniatura che fu denominata "Raccomandopoli". Vennero perfino i giornalisti giapponesi a vedere questo strano caso in cui ciò che altrove si cercava di occultare qui era raccolto in un ordinato schedario.

6 - La seconda repubblica - Nei primi anni novanta, quando lo sfaldamento dei partiti politici ha aperto la via ai protagonismi personali, ancor prima che a livello nazionale emergesse la leadership di Berlusconi e la sua capacità di tenere insieme forze politiche ideologicamente inconciliabili (nazionalisti insieme a secessionisti) a Chieti il modello era già collaudato dal protagonismo personale di Nicola Cucullo che, nonostante la diversa storia politica e personale, aveva in qualche modo anticipato l'istrionismo, l'uso politico della televisione, le gaffes, le denunce e la capacità di mantenere comunque un proprio carisma.

Trovo conferma di Chieti come campione politico d'Italia, nel bene e nel male, anche nelle vicende più attuali:

1 - il metodo delle elezioni primarie è stato sperimentato a Chieti dalla coalizione dell'Ulivo prima di essere proposto a livello nazionale per imporre la candidatura di Prodi.

2 - Chieti ha visto subito il proprio sindaco, eletto con lo slogan della "città che riparte", restare prigioniero delle logiche spartitorie dei partiti, esattamente come è accaduto l'anno successivo a Prodi, eletto con lo slogan del "far ripartire l'Italia".

3 - Prodi e Ricci sono entrambi al vertice di una coalizione che sembra quasi refrattaria alla loro personalità, ma sembrano identici anche nell'incapacità di comunicare con la gente e di rappresentarne le esigenze e gli umori. Lo spirito bonario con cui hanno saputo guadagnarsi il consenso elettorale sembra poco adatto per amministrare. Ricci ha esordito con l'inutile sperpero del Festivalbar, Prodi con la grande convergenza sull'Indulto. Sono due cose molto diverse, ma in entrambe c'è la voglia di compiacere l'avversario regalandogli ciò che d'autorità non aveva osato prendersi. Ricci lo fa nei confronti di una frivola cultura giovanile, Prodi lo fa nei confronti dell'affarismo illegale e senza scrupoli che saprà giovarsi in modo definitivo del beneficio a differenza dei piccoli mariuoli che in carcere ci sono rientrati subito. In entrambi i casi quell'elettorato più informato, onesto e maturo che aveva sostenuto le loro candidature si sente umiliato e offeso.

4 - Nelle opere pubbliche Prodi crede nella necessità di costruire la TAV, Ricci crede nel Villaggio Mediterraneo: due carte di credito per accedere ai grandi finanziamenti. Come se l'obiettivo della politica fosse il volume d'affari e non il risultato concreto in termini di utilità delle opere realizzate.

5 - Prodi tenta la via delle liberalizzazioni, mentre Ricci tenta quella delle esternalizzazioni. Entrambi per questo devono sfidare le resistenze corporative e sindacali. Entrambi per questo perderanno voti e popolarità.

6 - Entrambi fingono di non vedere l'immondizia: l'immondizia reale di Napoli o di contrada Casoni, ma anche l'immondizia morale in cui è sprofondata la politica. Una politica senza idee, senza progetti. Una politica che si è trasformata in "casta", che si regge su assunti autoreferenziali, giochi di posizionamento, che trasforma i partiti in aggregazioni di conventicole e di lobby.

Se Chieti fosse davvero una città campione sarebbe una cavia ideale, un laboratorio politico in cui tentare qualcosa di nuovo, in cui sperimentare qualche scelta coraggiosa. Forse questo è anche il momento buono per farlo perché oggi viviamo tutti senza orizzonti, aggrappati a piccole zattere (il posto di lavoro, la pensione, la casa) appigli preziosi che però non ci salveranno dal naufragio se la nazione affonda.

27 marzo 2007

Città d'arte e di cultura

Il grande cartello di benvenuto all'ingresso della città è scomparso. Chissà se è stato rimosso solo temporaneamente, magari per consentire la realizzazione di una rotatoria che potrebbe far scorrere meglio il traffico in quel raccordo tra la via di Fondovalle e la Transcollinare. Il cartello era ormai ricoperto di altre piccole insegne pubblicitarie e forse lo rivedremo rimesso a nuovo.

Adesso è rimasto solo l'altro cartello, ancor più pacchiano, che sta sulla rotatoria di via Picena, quello con la scritta Chefren. Chi è Chefren? che cosa c'entra con Chieti? L'unico Chefren che viene segnalato da Google nella nostra zona è il nome di una ditta che produce il "Viagra d'Abruzzo", cioè peperoncino afrodisiaco. Forse i due guerrieri, un po' avanti con gli anni, hanno bisogno di un piccolo rinforzo.

Difficile pensare al Chefren egizio, figlio di Cheope e costruttore di una delle grandi piramidi, ma tutto è possibile in una città che ha fatto di un antico eroe omerico il suo simbolo. Cosa c'entra Achille con Chieti? Ah sì, Achille, figlio di quella Theti da cui la città prendeva il suo antico nome, ma perché scegliere il figlio e non la madre? Theti oltre che madre del guerriero fu la più bella delle Nereidi, le numerose figlie del nume che dimorava nei fondali del mare Egeo. Una ninfa dunque, una ninfa marina con le chiome ornate di perle, capace di mille trasformazioni, così bella da far perdere la testa agli dèi. Se ne innamorarono Zeus e Poseidon, il dio del cielo e il dio del mare, che la guardavano giocare tra le onde cavalcando i delfini.

L'immagine di Theti sarebbe stata meravigliosa, ma una ninfa marina non c'entra niente con Chieti e perciò nessuno ha mai osato appropriarsene e magari immaginare che il suo fastoso matrimonio con Peleo, re di Ftia, si sia celebrato nell'ara sacra della Civitella. Chieti ha ripudiato Theti e ha preferito adottare suo figlio come simbolo guerriero della città a ricordo della bellicosità con cui i Marrucini opposero resistenza ai romani.

L'altro guerriero è un'altra storia: è una statua realizzata dai piceni in onore del re Nevio Pompuledio e viene dalla piana di Capestrano, terra dei Vestini. Anche lui non c'entra niente con Chieti e con i Marrucini.

Chieti è una città che ama ornarsi di glorie altrui. Chieti ama definirsi centro d'arte e di cultura, ma di quale arte e di quale cultura non s'è mai precisato, perché sarebbe piuttosto difficile trovare nel passato di Chieti un grande pittore, un grande musicista, un grande poeta, un grande commediografo. Non c'è un Ovidio tra i suoi padri e nemmeno un d'Annunzio, un Michetti, un Cascella, un Tosti, un Rossetti, un Modesto Della Porta o un Ennio Flaiano. Chieti non può vantarsi neanche della fama di qualche figlio esule come potrebbe essere un John Fante o un Rocky Marciano. E nulla viene dedicato a quegli uomini di cultura che qui ebbero i loro natali (Ferdinando Galiani, Nicoletto Vernia ed altri) e solo per volontà del nuovo arcivescovo, il napoletano Bruno Forte, abbiamo riscoperto Alessandro Valignano.

Ma Chieti potrebbe meritare comunque l'appellativo di città d'Arte e di Cultura se solo fosse capace di dare ospitalità come ha saputo ospitare nello splendido museo di Villa Frigerji il Guerriero di Capestrano. Per far questo dovrebbe aprirsi, dovrebbe accogliere artisti e promuovere incontri.
Nelle rare occasioni in cui ha saputo farlo (penso alle settimane mozartiane e alla performance del Living Theatre a piazza Vico) il successo s'è visto e molti sono venuti da fuori a godersi la magia di quelle serate.

Allora lasciamo perdere i cartelloni con veri o falsi guerrieri e facciamo in modo che l'anfiteatro della Civitella, il teatro romano, le terme, i tempietti, i giardini della Villa diventino spazi utilizzabili per incontri d'arte e di cultura. Proviamo ad affidare la gestione del Marruccino, del Supercinema, dell'ex Garden e dell'ex Eden a persone che abbiano un grande credito nazionale e internazionale in modo da fare anche qui quello che Gian Carlo Menotti ha fatto a Spoleto.

Actea, Cimotoe, Galatea, Panopea, Laomedea, Aretusa... chiamiamo a raccolta le tante sorelle di Theti dalle diverse sponde del mediterraneo: non solo gli atleti che verranno per i giochi del 2009 e i musicisti che torneranno per il Chieti Festival, ma anche i cultori di altre muse e gli innamorati di altre ninfe, tutti qui, nella città fondata per la bella Theti.
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27 gennaio 2007

Giorno della Memoria

dal Messaggero leggo che quest'anno, oltre alle sempre interessanti proposte dell'Associazione Chieti Nuova 3 febbraio, la Provincia di Chieti ha promosso un'iniziativa centrata su quelli che sono stati i luoghi di internamento dei nostri concittadini destinati ai campi della morte:
  • a Chieti venivano rinchiusi nell’asilo di via Principessa di Piemonte;
  • a Casoli in casa Innocenzo Tilli (ex Cinema);
  • a Lama dei Peligni in casa Camilla Borrelli;
  • a Lanciano a Villa Sorge;
  • a Tollo a palazzo Lolli;
  • a Vasto nella villa Marchesani (Albergo Ricci).
Forse non sarà sufficiente ad evitare la retorica delle rievocazioni, ma è giusto cercare di legare la memoria ai riferimenti reali.

Riportare la memoria sui fatti specifici della nostra terra è utile anche perché da noi le vittime non furono tantissime e questo facilita il processo di rimozione. Ci consente di pensare che la Shoà sia stata un orrore che non ci riguarda.

Probabilmente nel '43 molti dei destinati al sacrificio erano già stati costretti ad allontanarsi e, usciti di scena, nessuno s'interrogava più sulla loro sorte.

Mio padre, studente di ragioneria nell'istituto di Villa Frigerij, dove adesso c'è il Museo Archeologico, già nell'autunno del 1938 non aveva ritrovato in cattedra il professor Terracina.
La scuola non diede alcuna spiegazione, ma i ragazzi sapevano che quel professore era stato allontanato dall'insegnamento a causa delle leggi razziali. Erano leggi dello stato italiano, dunque una ragione legittima, normale, e nessuno si domandò dove fosse andato il professore, il collega, il vicino di casa, cosa sarebbe diventata la sua vita e quella degli altri come lui. Era troppo irregolare un esame di coscienza, chiedersi se per loro ci sarebbe stata una via di salvezza, un Giovanni Palatucci, o se avrebbero finito i loro giorni negli inferni nazisti.