27 gennaio 2007

Giorno della Memoria

dal Messaggero leggo che quest'anno, oltre alle sempre interessanti proposte dell'Associazione Chieti Nuova 3 febbraio, la Provincia di Chieti ha promosso un'iniziativa centrata su quelli che sono stati i luoghi di internamento dei nostri concittadini destinati ai campi della morte:
  • a Chieti venivano rinchiusi nell’asilo di via Principessa di Piemonte;
  • a Casoli in casa Innocenzo Tilli (ex Cinema);
  • a Lama dei Peligni in casa Camilla Borrelli;
  • a Lanciano a Villa Sorge;
  • a Tollo a palazzo Lolli;
  • a Vasto nella villa Marchesani (Albergo Ricci).
Forse non sarà sufficiente ad evitare la retorica delle rievocazioni, ma è giusto cercare di legare la memoria ai riferimenti reali.

Riportare la memoria sui fatti specifici della nostra terra è utile anche perché da noi le vittime non furono tantissime e questo facilita il processo di rimozione. Ci consente di pensare che la Shoà sia stata un orrore che non ci riguarda.

Probabilmente nel '43 molti dei destinati al sacrificio erano già stati costretti ad allontanarsi e, usciti di scena, nessuno s'interrogava più sulla loro sorte.

Mio padre, studente di ragioneria nell'istituto di Villa Frigerij, dove adesso c'è il Museo Archeologico, già nell'autunno del 1938 non aveva ritrovato in cattedra il professor Terracina.
La scuola non diede alcuna spiegazione, ma i ragazzi sapevano che quel professore era stato allontanato dall'insegnamento a causa delle leggi razziali. Erano leggi dello stato italiano, dunque una ragione legittima, normale, e nessuno si domandò dove fosse andato il professore, il collega, il vicino di casa, cosa sarebbe diventata la sua vita e quella degli altri come lui. Era troppo irregolare un esame di coscienza, chiedersi se per loro ci sarebbe stata una via di salvezza, un Giovanni Palatucci, o se avrebbero finito i loro giorni negli inferni nazisti.

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