Ci sono molte cose di quest'inizio millennio che mi risultano insopportabili: la guerra riproposta come necessità, il lavoro svilito, la volgarità ostentata, i giovani abbandonati alle loro stupide macchinette... e tra queste cose ci metto anche la politica deprivata di ogni argomento e ridotta a scontro tra due opposti schieramenti che non hanno niente da proporre al di là del loro reciproco contrasto e si distinguono a malapena dal colore della bandiera. Finché anche nelle bandiere i colori non saranno completamente rimescolati.
Sono finiti i tempi di Peppone e Don Camillo, con la loro profonda differenza di ideali e la loro capacità di incontrarsi e di riconoscersi nei valori fondamentali. Scomparse le differenze, un pensiero unico basato sul semplice egoismo ha cancellato ogni altro valore. Così facciamo finta di dividerci tra spettatori di Emilio Fede e spettatori di Michele Santoro. Uno scontro ridicolo in cui tutti si sentono elfi in lotta contro gli orchi, ma in realtà non ci sono né elfi, né orchi, c'è solo vuoto d'anima che il denaro e il consumismo non possono curare.
Questo mio rifiuto di guardare la politica dividendola tra destra e sinistra mi porta a cercare altre prospettive per capire quello che accade. Così, per esprimere un giudizio su questo Villaggio Mediterraneo che cambierà la struttura urbanistica di Chieti, evito di metterlo in conto alla destra che l'ha voluto o alla sinistra che lo sta realizzando e mi limito a chiedere alla gente: ti piace? pensi che sia una buona cosa?

Dalle mie piccole interviste senza microfono e senza taccuino ho scoperto che esistono due partiti: il primo partito è quello di chi crede che la città sia un nome di cui bisogna curare la fama - il nome può essere indifferentemente Chieti o Teate, purché abbia gli attributi degni di un capoluogo: importanza, prestigio, notorietà, potere - il secondo è il partito di chi crede nella città come luogo fisico abitato dalla gente che vive una quotidianità fatta di piccole cose concrete.
Quelli del primo partito hanno apprezzato il Megalò e sapranno apprezzare anche il Villaggio Mediterraneo, perché in queste opere vedono due nuovi e moderni attributi di Chieti. A loro non importa che la Villa diventi un malinconico giardinetto per anziani accompagnati da badanti, né che il colle sia soffocato da antenne telefoniche e da vetture parcheggiate su tutti i marciapiedi. Loro sanno che il nome di Chieti può sopravvivere anche dentro i Megacapannoni e tra le geometrie di cemento. In nome di Chieti rinunciano alla vecchia Chieti.
Quelli del secondo partito vorrebbero evitare lo svuotamento delle botteghe, il trasloco degli uffici e la fuga degli ultimi studenti. Per loro il Villaggio è un espianto urbanistico di organi vitali, come lo è stato il Campus e poi il Megalò. Temono che il cuore antico di Chieti sia troppo debole per sopportare anche questo e non riescono a consolarsi sapendo che il marchio di Chieti resterà su quei progetti che hanno portato via le attività e sottratto valore alle cose, perché la gloria di un nome non restituisce nulla di ciò che è venuto a mancare.
Il primo partito, quello del Nome, sostiene il progresso a qualunque costo e si batte con ottimismo contro i conservatori e i pessimisti. Il secondo è il partito delle Cose, di chi ha i piedi piantati per terra, le mani operose e si batte contro la retorica e l'illusionismo degli affaristi.
Difficile dire da quale parte stia la ragione. L'unica cosa che a me sembra chiara è che nessuna tra le antiche città a vocazione universitaria (Perugia, Urbino, Camerino, Macerata) ha decentrato gli organi direzionali e nessuna è stata danneggiata.
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