
Ieri nell'auditorium della nostra università c'è stata una conferenza alla quale ha partecipato il prof. Serge Latouche. E' stata una bellissima occasione per riflettere sui principali problemi del nostro tempo con la guida di un Maestro. Parliamo di un Maestro con la maiuscola perché possiede l'intelligenza che gli consente di guardare in profondità e possiede anche la capacità di rendere chiari i problemi e le possibili soluzioni.
Ovviamente non si può ridurre la sua lezione alle poche righe sostenibili nel blog. Né la conferenza di poche ore potrebbe illustrare le sue tesi, se non per sommi capi.
Qui posso solo banalizzare e lo farò rubando una citazione che il prof. Latouche ha contrapposto a quelle di Platone, Aristotele, Hegel e Marx. Latouche ha citato con deferenza un pensiero di Woody Allen per dirci che l'umanità si trova davanti ad un bivio, da una parte c'è la prospettiva della distruzione del pianeta, dall'altra c'è la possibilità di portare l'umanità alla disperazione totale. Speriamo che l'uomo faccia una buona scelta, dice il clarinettista newyorkese, invece il prof. Latouche ci invita a cercare un'altra strada, una via che non sia distruttiva per il mondo e neanche voglia condurci inevitabilmente verso un inferno di guerre, sopraffazioni e totalitarismi.
Nelle parole di Latouche non c'è né utopia, né illusione. Egli ha detto chiaramente che ormai è troppo tardi per costruire una strada diversa, per trovare una via di salvezza. Possiamo solo sperare di ridurre i disastri che verranno. Tra questi disastri ci sono anche le crisi economiche che produrranno una "decrescita infelice". Citando Hannah Arendt "niente è peggio di una società di crescita senza crescita". Eppure sono ancora troppi quelli che pensano e scrivono che la decrescita immaginata da Latouche sarebbe proprio questo: una rinuncia a produrre, a commerciare, a progredire, a godere dei beni del mondo.
La "decrescita felice" non implica rinunce perché non vuol fermare il progresso. Non c'è vero progresso nella moltiplicazione dei beni prodotti per il profitto che sarà impegato per produrre altri beni da vendere ad ogni costo. Una spirale di "crescita infinita" sostenuta dalla perenne frustrazione pubblicitariamente indotta. E' necessario rifondare il progresso su valori diversi, più umani, ed anche più attenti alle reali esigenze economiche degli uomini. Latouche propone una economia che ignori volutamente la dimensione della crescita, le rincorse al profitto, le strategie finanziarie. Egli parla di "agnosticismo" rispetto ai più comuni canoni del progresso economico-finanziario.
Il progetto della "decrescita felice" (meglio si potrebbe dire della "acrescita" economica) non ci propone di tornare ad un mondo bucolico, immobile, privo di tecnologie, ma ci propone di razionalizzare l'economia, di spingere sull'acceleratore del progresso tecnologico alla ricerca di soluzioni più intelligenti e più vicine alle reali esigenze delle persone.
Ovviamente non si può ridurre la sua lezione alle poche righe sostenibili nel blog. Né la conferenza di poche ore potrebbe illustrare le sue tesi, se non per sommi capi.
Qui posso solo banalizzare e lo farò rubando una citazione che il prof. Latouche ha contrapposto a quelle di Platone, Aristotele, Hegel e Marx. Latouche ha citato con deferenza un pensiero di Woody Allen per dirci che l'umanità si trova davanti ad un bivio, da una parte c'è la prospettiva della distruzione del pianeta, dall'altra c'è la possibilità di portare l'umanità alla disperazione totale. Speriamo che l'uomo faccia una buona scelta, dice il clarinettista newyorkese, invece il prof. Latouche ci invita a cercare un'altra strada, una via che non sia distruttiva per il mondo e neanche voglia condurci inevitabilmente verso un inferno di guerre, sopraffazioni e totalitarismi.
Nelle parole di Latouche non c'è né utopia, né illusione. Egli ha detto chiaramente che ormai è troppo tardi per costruire una strada diversa, per trovare una via di salvezza. Possiamo solo sperare di ridurre i disastri che verranno. Tra questi disastri ci sono anche le crisi economiche che produrranno una "decrescita infelice". Citando Hannah Arendt "niente è peggio di una società di crescita senza crescita". Eppure sono ancora troppi quelli che pensano e scrivono che la decrescita immaginata da Latouche sarebbe proprio questo: una rinuncia a produrre, a commerciare, a progredire, a godere dei beni del mondo.
La "decrescita felice" non implica rinunce perché non vuol fermare il progresso. Non c'è vero progresso nella moltiplicazione dei beni prodotti per il profitto che sarà impegato per produrre altri beni da vendere ad ogni costo. Una spirale di "crescita infinita" sostenuta dalla perenne frustrazione pubblicitariamente indotta. E' necessario rifondare il progresso su valori diversi, più umani, ed anche più attenti alle reali esigenze economiche degli uomini. Latouche propone una economia che ignori volutamente la dimensione della crescita, le rincorse al profitto, le strategie finanziarie. Egli parla di "agnosticismo" rispetto ai più comuni canoni del progresso economico-finanziario.
Il progetto della "decrescita felice" (meglio si potrebbe dire della "acrescita" economica) non ci propone di tornare ad un mondo bucolico, immobile, privo di tecnologie, ma ci propone di razionalizzare l'economia, di spingere sull'acceleratore del progresso tecnologico alla ricerca di soluzioni più intelligenti e più vicine alle reali esigenze delle persone.

La decrescita è una rivoluzione culturale che si pone a monte delle valutazioni economiche, politiche e sociali troppo condizionate, quasi drogate, dal mito illusorio e contraddittorio della crescita infinita. La ri-evoluzione annunciata nel titolo della conferenza non è un proclama politico, ma un invito a ripensare l'economia sgombrando il campo dalle intossicazioni generate da falsi miti. Il ripensamento avrebbe ricadute anche politiche, sociali, economiche e perfino etiche, perché chiede all'uomo di alleggerire la sua impronta ecologica sul pianeta. Ci consente di dare attuazione all'invito di Papa Benedetto XVI° nel suo messaggio di capodanno: "Se vuoi coltivare la pace, custodisci il creato".
Siamo tossicodipendenti della crescita. Lavoriamo tutti come schiavi per sostenere il mito della crescita infinita. Una idolatria che consuma e distrugge l'esistenza dei popoli del terzo mondo e anche, in modo diverso, quella dei top-manager costretti a sacrificare ogni cosa all'idea astratta di produttività. Il prof. Lucchetta ha trovato nel "Cuore di tenebra" di Conrad una descrizione del morbo che ci sta distruggendo: il "tanfo di cupidigia imbecille". Il Marlow del romanzo arriva nelle giungle del Congo dove si faceva raccolta di avorio e oggi si fa raccolta di coltan per i nostri telefoni cellulari. Vede l'assurdità dell'accumulazione illimitata. L'economia della crescita giunge alla negazione delle proprie premesse: ciò che si fa per vivere non considera più il vivere bene e genera le condizioni del distruggere e dell'uccidere.
Il prof. Latouche ci ha portato a riflettere sulle fondamenta del nostro sistema socio-economico tracciando una via che richiama i valori della cultura umana, cristiana, nonché l'essenza della vera economia familiare e della vera politica come era già nota agli antichi, da Aristotele a Baldessar di Castiglione: la praxis, l'espressione del sé in relazione con gli altri.
La crisi economica che incombe sull'intero occidente e minaccia le nostre sicurezze economiche e sociali viene affrontata fanaticamente, col coltello tra i denti, con reazioni autoritarie e violente, con interventi bellici, con l'impoverimento progressivo di ceti sociali sempre più ampi. Forse è arrivato il momento per capire l'imbecillità di ciò che stiamo facendo.
La presenza del prof. Latouche a Chieti mi induce a riflettere anche sulla possibilità che una ri-evoluzione umanistica possa e debba cominciare da qui, da noi, dai borghi dell'Italia centrale, cioè dagli stessi luoghi e dalle stesse tradizioni che ci hanno fatto uscire, mille anni fa, dalla crisi economica e sociale seguita ai secoli del disfacimento dell'Impero Romano. Chieti è uno di questi borghi che potrebbe risorgere liberandosi dalle automobili e dai veleni, avviandosi così a ritrovare la sua antica dimensione del vivere sobriamente. Con una politica della decrescita felice che smette di guardare al cemento come motore dell'economia, la nostra potrebbe diventare davvero una "città d'arte e di cultura".
Siamo tossicodipendenti della crescita. Lavoriamo tutti come schiavi per sostenere il mito della crescita infinita. Una idolatria che consuma e distrugge l'esistenza dei popoli del terzo mondo e anche, in modo diverso, quella dei top-manager costretti a sacrificare ogni cosa all'idea astratta di produttività. Il prof. Lucchetta ha trovato nel "Cuore di tenebra" di Conrad una descrizione del morbo che ci sta distruggendo: il "tanfo di cupidigia imbecille". Il Marlow del romanzo arriva nelle giungle del Congo dove si faceva raccolta di avorio e oggi si fa raccolta di coltan per i nostri telefoni cellulari. Vede l'assurdità dell'accumulazione illimitata. L'economia della crescita giunge alla negazione delle proprie premesse: ciò che si fa per vivere non considera più il vivere bene e genera le condizioni del distruggere e dell'uccidere.
Il prof. Latouche ci ha portato a riflettere sulle fondamenta del nostro sistema socio-economico tracciando una via che richiama i valori della cultura umana, cristiana, nonché l'essenza della vera economia familiare e della vera politica come era già nota agli antichi, da Aristotele a Baldessar di Castiglione: la praxis, l'espressione del sé in relazione con gli altri.
La crisi economica che incombe sull'intero occidente e minaccia le nostre sicurezze economiche e sociali viene affrontata fanaticamente, col coltello tra i denti, con reazioni autoritarie e violente, con interventi bellici, con l'impoverimento progressivo di ceti sociali sempre più ampi. Forse è arrivato il momento per capire l'imbecillità di ciò che stiamo facendo.
La presenza del prof. Latouche a Chieti mi induce a riflettere anche sulla possibilità che una ri-evoluzione umanistica possa e debba cominciare da qui, da noi, dai borghi dell'Italia centrale, cioè dagli stessi luoghi e dalle stesse tradizioni che ci hanno fatto uscire, mille anni fa, dalla crisi economica e sociale seguita ai secoli del disfacimento dell'Impero Romano. Chieti è uno di questi borghi che potrebbe risorgere liberandosi dalle automobili e dai veleni, avviandosi così a ritrovare la sua antica dimensione del vivere sobriamente. Con una politica della decrescita felice che smette di guardare al cemento come motore dell'economia, la nostra potrebbe diventare davvero una "città d'arte e di cultura".
