20 aprile 2012

Pareggio di bilancio - art.81

L'art.81 della Costituzione è stato modificato, ora contiene anche il principio del pareggio di bilancio. La modifica è stata approvata con una maggioranza superiore ai 2/3, quindi non sarà possibile sottoporre la scelta a referendum. La modifica è definitiva. 




Leggo che in Senato si sono registrati 235 sì, 11 no, 24 astenuti. Era presente al voto anche il neo-senatore Mario Monti decisamente favorevole. Tra i contrari mi colpisce il nome di Mario Baldassarri, eletto nel PdL, ma soprattutto economista di cui ricordo bene le chiare lezioni nell'aula di via Zamboni all'università di Bologna. 

Credo che il pareggio di bilancio sia un buon principio, se i governi del passato l'avessero considerato (non voglio dire rispettato, ma semplicemente considerato come orizzonte di riferimento) sicuramente il debito pubblico che ora ci opprime non sarebbe giunto agli attuali livelli. Dunque non credo che il principio debba essere visto con timore o con sospetto. Tuttavia non riesco a capire perché un principio di ragioneria debba diventare un vincolo costituzionale. Tante altre regole ritenute generalmente valide ed imporanti restano fuori dalla costituzione. Vengono lasciate ai relativi campi di competenza tecnica. Nel caso del principio di pareggio del bilancio statale non c'è uniformità di vedute e la ragione si può facilmente comprendere pensando al bilancio aziendale: qualunque impresa può chiudere la contabilità in deficit (per una flessione del mercato, un investimento gravoso, un danno impresto, ecc) ma questo non significa che l'azienda è fallita. Se gode di fiducia può andare avanti grazie ai crediti, pagare i dipendenti nonostante il deficit, e col tempo potrà riportare il bilancio in attivo. Perché vogliamo negare questa possibilità allo Stato? 

Certo, lo sappiamo, il nostro Stato ne ha abusato. Però il pareggio di bilancio come norma costituzionale potrà diventare, in certi frangenti, un cappio che ci strangola economicamente perché blocca giuridicamente una manovra che potrebbe risultare vantaggiosa per tutti. Non a caso tra gli economisti ci sono anche i keynesiani che continuano a sostenere la validità degli indebitamenti, anche in tempi di crisi. Qualcuno dice: soprattutto in tempi di crisi.

Posso capire che un problema di economia politica che non trova soluzioni certe neanche tra i più illustri economisti del pianeta non si può risolvere con un referendum, ma questa è una ragione in più per non portare la questione dentro il testo costituzionale.

Dove la scienza delle finanze non è ancora in grado di fornirci soluzioni, come possiamo risolvere il problema con una norma che ci obbliga in un senso e ci nega la possibilità di fare manovre in senso contrario? come possiamo affidare la soluzione ad un responso politico del popolo o dei suoi (adeguati?)  rappresentanti? Invece proprio questo è avvenuto. Ed è avvenuto nella più totale disattenzione da parte della stampa, mentre le cronache politiche parlano del "trota", dei "barbari sognanti", delle vancanze di Formigoni, delle due o tre rate dell'imu. Mi sembra pazzesco. 

3 commenti:

Erri ha detto...

@ Tom.

Un articolo simile esiste anche qui in Germania. Sono gli articoli 109 e 115 della Costituzione tedesca. Essi sono stati introdotti nel 2009 allo scopo di mettere un freno all'indebitamento pubblico. Sono cmq previste delle eccezioni: in caso di forte crisi congiunturale o di catastrofe naturali, ad es.
Non so se queste regole siano valide o meno oppure se siano troppo rigide. Ma non mi dispiace che un giudice costituzionale possa bloccare una legge di bilancio troppo "avventurosa".
un saluto da Herrenberg

Tom P. ha detto...

Il nuovo art. 81 impone allo Stato di assicurare l'equilibrio "tenendo conto delle fasi avverse e delle fasi favorevoli del ciclo economico", quindi anche a noi sembra lasciata la possibilità di fare qualche eccezione. Non sembra un divieto rigido. Comunque i giudici costituzionali dovrebbero bocciare ogni forma di indebitamento che non sia giustificato dalla situazione del mercato. Quale mercato? interno o internazionale? finanziario o reale?

Sono tutte questioni tecniche che non dovrebbero competere ai giudici costituzionali. Tuttavia anche se fosse giusto costituzionalizzare il principio mi sembra assurdo che sia stato fatto senza un dibattito pubblico e senza un dialogo aperto tra politici, economisti e costituzionalisti.

Anonimo ha detto...

Da una lettera scritta al presidente Obama e altri esponenti politici USA in relazione ad una proposta di inserire nella costituzione americana il principio di pareggio di bilancio.

noi sottoscritti economisti sollecitiamo che venga respinta qualunque proposta volta ad emendare la Costituzione degli Stati Uniti inserendo un vincolo in materia di pareggio del bilancio. (...) inserire nella Costituzione il vincolo di pareggio del bilancio rappresenterebbe una scelta politica estremamente improvvida. Aggiungere ulteriori restrizioni, cosa che avverrebbe nel caso fosse approvato un emendamento sul pareggio del bilancio, quale un tetto rigido della spesa pubblica, non farebbe che peggiorare le cose.

1. Un emendamento sul pareggio di bilancio avrebbe effetti perversi in caso di recessione. Nei momenti di difficoltà economica diminuisce il gettito fiscale e aumentano alcune spese tra cui i sussidi di disoccupazione. Questi ammortizzatori sociali fanno aumentare il deficit, ma limitano la contrazione del reddito disponibile e del potere di acquisto. Chiudere ogni anno il bilancio in pareggio aggraverebbe le eventuali recessioni.

2. A differenza delle costituzioni di molti stati che consentono di ricorrere al credito per finanziare la spesa in conto capitale, il bilancio federale non prevede alcuna differenza tra investimenti e spesa corrente. (...) Un emendamento che introducesse il vincolo del pareggio di bilancio impedirebbe al governo federale di ricorrere al credito per finanziare il costo delle infrastrutture, dell’istruzione, della ricerca e sviluppo, della tutela dell’ambiente e di altri investimenti vitali per il futuro benessere della nazione.

3. Un emendamento che introducesse il vincolo del pareggio di bilancio incoraggerebbe il Congresso ad approvare provvedimenti privi di copertura finanziaria (...)

4. Quasi sempre le proposte di introduzione per via costituzionale del vincolo di pareggio di bilancio prevedono delle scappatoie, ma in tempo di pace sono necessarie in entrambi i rami del Congresso maggioranze molto ampie per approvare un bilancio non in ordine o per innalzare il tetto del debito. Sono disposizioni che tendono a paralizzare l’attività dell’esecutivo.

5. Un tetto di spesa, previsto da alcune delle proposte di emendamento, limiterebbe ulteriormente la capacità del Congresso di contrastare eventuali recessioni vuoi con gli ammortizzatori già previsti vuoi con apposite modifiche della politica in materia di bilancio. Anche nei periodi di espansione dell’economia, un tetto rigido di spesa potrebbe danneggiare la crescita economica perché gli incrementi degli investimenti ad elevata remunerazione – anche quelli interamente finanziati dall’aumento del gettito – sarebbero ritenuti incostituzionali se non controbilanciati da riduzioni della spesa di pari importo. (...)

6. Per pareggiare il bilancio non è necessario un emendamento costituzionale. (...) Lasciamo che presidente e Congresso adottino le politiche monetarie, economiche e di bilancio idonee a far fronte ai bisogni e alle priorità, così come saggiamente previsto dai nostri padri costituenti.

7. Nell’attuale fase dell’economia è pericoloso tentare di riportare il bilancio in pareggio troppo rapidamente. I grossi tagli di spesa e/o gli incrementi della pressione fiscale necessari per raggiungere questo scopo, danneggerebbero una ripresa già di per sé debole.

KENNETH ARROW, premio Nobel per l’economia 1972
PETER DIAMOND, premio Nobel per l’economia 2010
WILLIAM SHARPE, premio Nobel per l’economia 1990
CHARLES SCHULTZE, consigliere economico di J.F. Kennedy e Lindon Johnson, animatore della Great Society Agenda
ALAN BLINDER, direttore del Centro per le ricerche economiche della Princeton University
ERIC MASKIN, premio Nobel per l’economia 2007
ROBERT SOLOW, premio Nobel per l’economia 1987
LAURA TYSON, ex direttrice del Natonal Economic Council