23 luglio 2009

Elogio della quarantena


Mi capita raramente di uscire dal tema del blog, l'ho fatto in occasione del quarantennale dell'allunaggio, rievocando alcune cose di quei giorni lontani, ma ho dimenticato la quarantena. Il presidente Nixon salutò gli astronauti rientrati dalla prima missione lunare mentre erano chiusi in specie di lavatrice ermeticamente sigillata. Una misura precauzionale perché nessuno poteva sapere se negli spazi dove l'uomo non era mai arrivato potessero nascondersi microbi più o meno pericolosi.

La quarantena era stata inventata ai tempi delle pestilenze: tutte le persone esposte al contagio, anche se non manifestavano sintomi, venivano isolate e private della libertà di circolazione per quaranta giorni. Era considerato normale che la libertà individuale potesse essere sacrificata per la salvaguardia della collettività. Non era una pena.

Questo dettaglio mi è tornato in mente stamattina leggendo le notizie degli studenti teatini che sono rimasti contagiati dalla nuova influenza messicana (detta anche suina, ma forse i maiali non c'entrano) in un college britannico. Leggo le notizie con una certa apprensione perché conosco alcuni di quei ragazzi ed è solo un caso se mia figlia non è partita con loro. Abbiamo ricevuto notizie abbastanza rassicuranti sul decorso della malattia, ma anche racconti di una gestione improvvisata e grossolana da parte del sistema sanitario inglese: nessun accertamento clinico, diagnosi approssimative, studenti con la febbre lasciati nel college insieme agli altri.

La quarantena non viene neanche presa in considerazione. La studentessa citata nell'articolo di PrimaDaNoi parla di contagio incontrollabile e nello stesso tempo dei genitori che avrebbero preso "la saggia decisione di venirci a prendere il più presto possibile, prima di domenica".

Non so quanto sia vera e quanto sia saggia questa decisione di imbarcare velocemente un gruppo di ragazzi che al momento stanno bene, ma sono stati sicuramente esposti al virus. Non so quale sia il vantaggio reale (oltre all'ovvio sollievo emotivo) di questo rientro anticipato e quale sia piuttosto il rischio di allargare il contagio attraverso i taxi, i metrò, l'aereo, ecc.

La ragazza intervistata racconta anche della decisione presa dal loro professore di separare nel college gli studenti "dividendoli per sintomi e per medicinali da prendere". I ragazzi sani dovrebbero fare una propria quarantena isolandosi dagli altri già sicuramente contagiati. Per questo tipo di virus potrebbe essere sufficiente una sola settimana. Dovrebbero farlo senza farsi prendere dall'ansia del ritorno ad abbracciare mamma e papà. Forse il professore l'ha capito, anche se la parola quarantena resta impronunciabile.

La libertà personale intesa anche come diritto di correre in giro per il mondo è diventata un sacro totem che oggi trova come unico limite una sentenza penale di condanna intervenuta dopo vari gradi di giudizio e dopo anni di dibattimenti (prescrizione permettendo), perciò di quarantena nessuno parla più, ma ci facciamo solo del male.

Nessun commento: