02 maggio 2014

La polizia che fa paura


Credevo di aver scritto anche troppo degli abusi di polizia e avrei voluto scrivere qualcosa sul lavoro in occasione del 1° maggio, invece anche ieri ci sono stati casi di inermi cittadini manganellati e feriti dalla polizia. Inermi e senza colpa. Il pretesto per queste violenze è, ancora una volta, la presenza da qualche parte di facinorosi che non vengono mai né fermati, né colpiti.

Ora, mentre scrivo, nel programma televisivo di Enrico Mentana stanno passando le immagini terribili del cadavere di Federico Aldrovandi. Un caso tornato agli onori delle cronache a seguito dell'osceno comportamento di un'assemblea di agenti di polizia che ha applaudito e acclamato gli assassini.

Se lo spirito di corpo induce molti agenti ad offendere le vittime, ad acclamare platealmente i condannati e perfino a ribellarsi ai superiori che finalmente hanno pronunciato qualche parola di richiamo, si crea una situazione che deve far paura. Le cariche di ieri contro i cittadini torinesi ci mostrano per l'ennesima volta ciò che una vera polizia non deve fare, non può fare!

La situazione sta peggiorando perché non s'è fatto niente per troppi anni rispetto a una problema che già nelle terribili giornate di Genova nel 2001 era allarmante: "la più grave violazione di massa dei diritti civili avvenuta in Europa".  

La mia opinione l'ho già espressa, qui voglio segnalare altre importanti riflessioni, nella speranza che finalmente si faccia qualcosa, non solo per evitare la permanenza nelle delicate funzioni di polizia di persone che si sono dimostrate incapaci, ma anche qualcosa che possa invece dare il giusto riconoscimento e il giusto rilievo ai poliziotti che, come Roberto Mancini, svolgono correttamente e coraggiosamente il proprio lavoro.


- In polizia non ci sono cretini;
- Alle radici degli applausi del Sap - la democrazia autoritaria;
- Gli abusi di polizia e la civilizzazione della guerra;
- Un decalogo contro impunità e omertà.
- Considerazioni sul capo della polizia

Il decalogo proposto da Patrizio Gonnella è questo:

1) Si introduca subito il delitto di tortura nel codice penale in modo che fatti gravi non siano trattati giudizialmente come minimali o secondari.
2) Si prevedano tempi non brevi di prescrizione. I processi per casi di questo genere sono difficili, lunghi. Richiedono dunque indagini meticolose che rompano il muro dell’omertà.
3) I Ministeri competenti avviino procedimenti disciplinari nei confronti dei presunti responsabili senza attendere gli esiti lunghi dei processi penali.
4) La prescrizione giudiziaria non deve mai essere valutata in sede disciplinare quale causa giustificativa di una decisione di assoluzione e di permanenza in servizio.
5) Si approvi un codice etico di condotta come quello suggerito dall’Onu per chiunque operi nei settori dell’ordine pubblico e della sicurezza.
6) Presso le Procure si istituiscano sezioni specializzate in fatti di questo genere che usino nelle indagini personale inter-forza di polizia il quale a sua volta sia adeguatamente esperto e formato.
7) Non si unifichino i processi per le violenze con quello per calunnia nei confronti della persona che ha sporto denuncia. L’unificazione dei procedimenti rende indistinguibili vittime e carnefici.
8) Una volta arrivati a dibattimento lo Stato si costituisca parte civile in modo da sottrarre le mele marce alla difesa pregiudiziale del corpo di appartenenza.
9) Si proteggano i testimoni che hanno il coraggio di raccontare quanto visto. Se i testimoni sono a loro volta detenuti li si trattenga in luoghi del tutto sicuri dove non entrino mai in contatto con le persone sotto accusa.
10) Infine, a maggior ragione dopo l’applauso del Sap, lo Stato interrompa le relazioni sindacali con quelle organizzazioni che offrono tutela legale a coloro i quali si macchiano di delitti di questo genere.

A tutte queste cose da fare al più presto aggiungerei:

11) obbligo di numero identificativo sulle divise degli agenti inviati ad effettuare operazioni di piazza;
12) obbligo di registrazione filmata degli interrogatori.



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