21 aprile 2013

Napolitano nello stallo della politica

La rielezione di Napolitano non è un colpo di stato, come dice Grillo, e non è uno scandalo, rappresenta semplicemente la continuità. Ma è un brutto segno perchè, come aveva detto pochi giorni fa lo stesso Presidente Napolitano "ci vuole il coraggio di fare delle scelte, di guardare avanti... restare sarebbe una non-soluzione."  Invece la situazione pasticciata l'ha convinto a restare. Ha accettato la non-soluzione che è uno stallo del paese.

Di chi la colpa? dei grillini che rifiutano l'accordo di governo e poi lanciano candidature come bastoni tra le ruote del PD al solo scopo di incepparlo? Oppure la colpa è del PD che raccoglie voti a sinistra, ma poi si rifiuta di votare un candidato troppo riconoscibile come uomo di sinistra?


Forse, come sempre accade nelle situazioni complesse, le colpe sono distribuite tra tutte le parti e la colpa più grande probabilmente va data a quelli (tanti) che a tutti i livelli hanno avvelenato i pozzi della politica.

La politica si alimenta di ideali, sugli ideali si elaborano visioni del futuro e si costruiscono programmi e strategie. Nel grande mare della politica c'è sempre un certo inquinamento dovuto al perseguimento di interessi estranei a qualunque ideale, interessi locali, corporativi o personali, ma negli ultimi venti anni il localismo è diventato ideologia, partito dei padani, e non persegue altro e non si vergogna di vestire panni tribali, di urlare slogan che sconfinano nel razzismo; l'affarismo svincolato da ogni regola e da ogni dovere sociale s'è fatto partito con struttura aziendale, ha irriso i richiami alla legalità e alla moralità, s'è scagliato apertamente contro i fondamenti costituzionali ed è arrivato a confondere industria, commercio e mafia perché tutto fa brodo e niente puzza.
Così s'è creata una situazione in cui la politica è diventata tresca e i partiti sono diventati sette o cricche di malfattori. Dall'inquinamento siamo passati alla melma, fango tossico. Non c'è più una contrapposizione tra destra (liberismo individualista) e sinistra (collettivismo socialdemocratico), ma uno scontro tra bande rivali, in cui ciascuno può usare qualunque ideale o travestimento nel risiko dove l'obiettivo è la conquista di appalti, di banche, di giornali, di finanziamenti e di privilegi di casta. Tutto mascherato da vecchie bandiere del novecento: quella comunista che viene buttata in faccia a chiunque chiede regole e quella giudaico-massonica che invece viene buttata in faccia a chiunque voglia dispiegare una strategia di ampio respiro. Solo l'egoismo, anche quello più feroce, rivendica la propria autenticità e legittimità. Quando si sente colpito dall'accusa di fascismo reagisce dicendo che è il nome di una storia vecchia, non più utilizzabile.

Questa melma di affarismi, egoismi e illegalità genera lo stallo. Nella melma i grillini non sono mai caduti. La destra berlusconiana-leghista-neofascista che non ha ideali e non ha orizzonti politici nello stallo della politica ci sguazza, nel fango degli affarismi ci lucra, la sua sola strategia politica è vendere alla gente l'illusione che al prossimo giro saranno tutti ammessi alla gran cuccagna. la gente ci crede e teme i comunisti che vogliono smontare il gioco. I comunisti vogliono sequestrare il sacco della cuccagna, aprirlo e distribuire tutto tra tutti, anche ai barboni, ai negri, ai terroni, agli zingari! Non resterà nulla per noi campioni! E qualunque pinocchio che guarda da lontano il paese dei balocchi si sente un gran campione.

E' vero, hanno ragione, anche se non si chiamano più comunisti, smontare l'albero della cuccagna è proprio quello dovrebbe essere il programma della sinistra: vivere con gli altri, collaborando, conoscendosi, dividendo e condividendo, godendo insieme le piacevolezze e affrontando insieme le difficoltà della vita sociale. Questo dovrebbe essere il programma, ma non lo è perché il gioco ingiusto e crudele della cuccagna è diventato cultura di massa, obiettivo unico. Tutto è competizione, campionato, tifoserie, grande fratello, isole dei famosi, talent show e perfino la cucina degli chef e le feste di nozze. Solo a scuola non c'è più gara, tutti promossi, e gli alunni si annoiano mortalmente. Mercato, consumismo, concorrenza, apparenza compongono insieme l'unico scenario esistenziale. Anche la politica è ridotta a esibizioni e gare di voti.

La mia impressione è che una parte della vecchia sinistra, soprattutto quella marxista abituata a logiche economicistiche, ha accettato le regole della nuova melmosa politica. Ritiene di poter gestire correttamente le attività che si svolgono nel mercato, nel gioco della libera concorrenza, delle privatizzazioni e liberalizzazioni e di fatto riconosce i valori esistenziali del consumismo e del capitalismo. Cerca di non sporcarsi troppo, ma non riesce più a vedere nulla fuori da questo scenario.

Un'altra parte della sinistra (quella anarchica, ecologista, azionista o radicale) non vuole partecipare  alla competizione che vede come una sorta di lotta nel fango. Non vede una neutralità del mercato, ma solo un consumismo fanatico che distrugge le risorse naturali e schiavizza le persone. Perciò non ha alcun interesse a gestire correttamente le competizioni economiche, le missioni di "pace", gli equilibri finanziari e le crescite e ricrescite del PIL. Molto prima di lanciare l'idea delle liste civiche col bollino 5Stelle, Grillo ha pubblicato libri sulle nuove forme di schiavitù, ha condotto impegnative campagne di informazione sulle energie alternative, sui pericoli dell'inquinamento, sulle reti di potere, sulle economie non concorrenziali; ha contrastato gli abusi commessi dai potentati finanziari, dalle forze di polizia, dall'informazione asservita ai grandi interessi. Sul suo blog, visitato da milioni di persone, ha dato spazio a economisti, filosofi, scienziati. Perciò non si tratta di nuovo qualunquismo.

Grillo non ha costruito una nuova ideologia, non ha un programma politico e per questa ragione dice che il suo movimento non è un partito. Lui ha solo cercato di riportare nella dialettica democratica i temi che erano stati censurati, l'orizzonte smarrito. Ci ha provato proponendo una sua candidatura nel maggior partito della sinistra italiana, il PD. E' stato rifiutato: "Si faccia un partito per conto suo" gli hanno detto. Ora quel partito è nato. E' un'armata Brancaleone senza ideologia, senza programma, senza strategia, senza organizzazione interna. Porta con sè un fardello di temi e di proposte confuse e contraddittorie. Raccoglie consensi generati dalla protesta, dalla rabbia, dal disagio, dal qualunquismo. Non prende posizione, né a destra, né a sinistra, perché vuole una politica completamente nuova. Il suo manifesto è fatto di utopia e rivoluzione. Il suo leader non è il comico genovese e neanche l'informatico milanese. Costoro non si sentono neanche politici, vogliono solo riportare la politica a discutere dei grandi temi scientifici, economici e sociali.

Non hanno una legge elettorale da proporre, un nuovo modello di scuola o di sanità, non sanno se l'euro sia meglio o peggio della lira, non capiscono se l'abolizione delle province sia più conveniente dell'abolizione delle regioni. Arrivano come alieni nelle aule del Parlamento. Grillo urla "li manderemo tutti a casa! vogliamo il 100%. Non si fanno accordi!" Oddio, è arrivato un nuovo duce, un fascista con la scimitarra, pensano spaventati i politici di destra e di sinistra. Tra quelli da mandare a casa ci sono anche i Napolitano, i Rodotà, i Prodi. Tra i giornalisti controllati attraverso il guinzaglio dei finanziamenti pubblici ci sono anche le Gabanelli e i Saviano. Ma non è un programma di partito, è solo un comico che cerca di svegliare i cittadini ipnotizzati davanti agli schermi dove si alternano De Filippi e Sallusti, Santoro e Vespa. Perciò c'è poco da stupirsi quando il movimento vede che qualcuno è disposto ad uscire dal pantano e lo accolgono a braccia aperte, come hanno fatto con Napolitano quando ha difeso la legittimità della loro azione politica (non ci sono clown); come hanno fatto con Prodi quando ha criticato l'austerità finanziaria di Monti; come hanno fatto con Rodotà che riesce a ragionare su beni comuni e diritti civili o con la Gabanelli che hanno messo al primo posto nelle loro preferenze.

A febbraio non ho votato per il M5S. Il loro successo era ampiamente prevedibile. Solo i reclusi nelle segreterie di partito potevano non vederlo. Ho preferito non contribuire alla marea che stava montando. C'era anche il rischio che la divisione di voti a sinistra avrebbe potuto ridare la maggioranza a chi getterebbe stato e mercato nell'illegalità chiamandola libertà.

Voto utile, chiedeva Bersani. Da molti l'ha avuto. Ma utile a che cosa? A contrastare per qualche mese il sultano del bunga bunga oppure ad uscire dal pantano di una politica che non è politica, da una finta concorrenza gestita solo da grandi monopoli, da una economia globalmente insostenibile, da un modello sociale che produce solo nevrosi?

Quei voti utili servono ad un governicchio che spartisce le poltrone tra un Colaninno e una Finocchiaro, che riduce un po' meno i fondi per ricerca e cultura, che licenzia con qualche lacrimuccia al posto dei brindisi? oppure quei voti utili si possono sommare a quelli dell'orda grillina per avviare un vero cambiamento?

La risposta ce l'ha data Bersani il 27 marzo, quando ha incontrato i rappresentanti del M5S (il video è qui).

Bersani parla di cambiamento, assicura che ci sarà un cambiamento. Ma di cosa è fatto il suo cambiamento?

Dice che farà qualcosa sull'europa (che cosa?); dice che bisogna trovare una chiave per affiancare politiche del lavoro ai programmi di austerità (qual è la chiave?); dice che preparerà meccanismi di green economy (quali sono?); dice che occorrono norme sul lavoro che aggiustino (aggiustino cosa e come?); dice che c'è il problema degli esodati (come lo risolverà?); parla di un pacchetto d'urto sul tema sociale (cosa prevede questo pacchetto? un esempio almeno lo possiamo fare?); dice che agirà sul grande campo della moralizzazione e sulla politica (qui un piccolo cenno alla revisione del finanziamento pubblico e della democrazia interna); parla di terapia d'urto sul tema della corruzione, antimafia, autoriciclaggio (come? a che livello?); dichiara che le norme sul conflitto di interessi ce le ha pronte, le può fare subito (ma cosa prevedono queste norme?); parla di diritti civili citando velocissimo la condizione della donna, omosessuali, lavoratori nel luogo di lavoro, sembra quasi spaventato che gli venga chiesto di spiegare o fare un esempio.

Poi passa al piano della riforma costituzionale che dovrà toccare il tema del bicameralismo, del numero dei parlamentari e delle province. Spiega che il progetto di riforma costituzionale sarà elaborato "a gratis" e si dovrà collaborare anche con le forze di opposizione. Sembra che l'importante sia il gratis, non che tipo di riforma ne verrà fuori facendosi imporre i veti dagli sgherri di Berlusconi. E' chiaro che nel PD sono convinti che l'obiettivo del M5S è solo un po' di caciara anti-casta, ridurre le auto blu e le indennità parlamentari. Comunque i due interlocutori non fanno domande, non chiedono precisazioni.

Dal 10° minuto Bersani ricomincia a parlare di necessità del governo, responsabilità, mancanza di altre alternative e dice che solo un insano di mente potrebbe aver la fretta di mettersi a governare un paese così mal combinato.

Il resto lo conoscono tutti: la signorina Lombardi gli risponde che le sembra di ascoltare una puntata di Ballarò. Poi aggiunge "noi siamo gli insani di mente" disposti a prendersi la responsabilità di governare. Noi siamo i cittadini, le parti sociali e siamo pronti a riprenderci il nostro paese.
 Non c'è niente di sgarbato o irriverente nelle parole della Lombardi. Se qualcuno s'è scandalizzato è solo perchè siamo troppo abituati al servile ossequio. Bersani rappresentatava il vincitore, l'uomo autorevole a cui era dovuto l'inchino e il ringraziamento per l'onore dell'incontro. Ma Bersani non è uno sciocco come quelli che si sono scandalizzati, lui non s'è offeso, né risentito. Comprende benissimo la situazione. Riconosce nella rigidità degli interlocutori l'impaccio e li vede appigliati agli slogan di Beppe Grillo. Prova a spiegare che la fiducia si dà e si toglie. Aggiunge che "purtroppo qui non è Ballarò, qui è una roba seria!"

Quando dice con tono grave "io un governo senza cambiamento non lo faccio", sottintende che la fiducia non sarebbe mal riposta, che le sue non sono false promesse. Ma anche lui è rigido, non è disposto ad aprire trattative e lo asserisce dicendo che non c'è scelta, non c'è possibilità di prendere qualcosa sì e qualcosa no. Vuole una fiducia su tutto: prendere o lasciare. Neanche un cenno alla possibile composizione del governo.

Crimi replica facendo notare che la sostanziale parità tra le tre maggiori forze politiche non consente ad alcuno di imporre una propria linea e chiedere fiducia totale all'altro. Significa che per i grillini la trattativa è possibile purchè impostata su posizioni di sostanziale parità. Significa che un programma comune si potrebbe costruire. Interviene anche Letta che esprime lo stesso concetto dicendo che è necessario mescolare le posizioni, altrimenti ognuno resta bloccato sulle proprie posizioni e non si fa nulla. Ecco, ci siamo, mi sono detto, adesso tra Crimi e Letta si apre un confronto, si entrerà nel merito degli argomenti, nello specifico delle questioni più importanti. Invece no, come a Ballarò, il tempo è scaduto (mezz'ora), i protagonisti si salutano con strette di mano e arrivederci.

La seconda puntata è stata quella che ha riportato Napolitano al quirinale. Identica alla prima: non si capisce perché il PD non ha votato Rodotà e non si capisce perché il M5S non ha votato Prodi, che era comunque nella sua rosa dei papabili. Reciproca sordità, muro contro muro. Ma stavolta non sono i grillini a venirne fuori a pezzi di fronte a chi li accusa d'aver perso una buona occasione, stavolta a pezzi è il PD lacerato dalle proprie contraddizioni interne. Per molti, per tutti quelli che hanno ideali di sinistra, la buona occasione si chiamava Rodotà.

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