08 giugno 2012

L'Aquila sotto processo.

Le colpe degli aquilani portate davanti ai giudici. Su Il Centro oggi c'è la notizia del rinvio a giudizio di tre aquilani e un articolo di fondo scritto da Giustino Parisse (l'articolo è qui). 

Chi ha seguito la tragedia del terremoto nel nostro capoluogo non può leggere questa firma senza riprovare emozione. Giustino Parisse ci dice che ora tutta L'Aquila viene portata alla sbarra perché il lancio di bandiere con l'asta di plastica davanti alle cariche di polizia è stata una reazione che non può avere nulla di criminale. E' stata criminalizzata l'intera manifestazione perché quella manifestazione era pericolosa, perché rischiava di svelare la verità nascosta sotto  lo spettacolo mirabolante del "miracolo" berlusconiano. 


A suo tempo scrissi diversi post (potete ritrovarli sotto il tag terremoto) perché anche a Chieti erano in molti a gettare discreto sugli aquilani. "Come si erano permessi - ragionavano i nostri condottieri di palazzo Chigi - quegli "straccioni" che avevano avuto assistenza, case bellissime, baci e abbracci dal "lider maximo" di sputare nel piatto in cui stavano mangiando?". E poi oltre all'assurda accusa di arricchimento (sic) ci fu anche chi propose la perfida idea di suggerire uno spostamento di capoluogo: L'Aquila è morta pensiamo a Pescara.

Vittime tre volte: di un terremoto devastante con più di 300 morti; di una politica scellerata che da una parte metteva in scena il "miracolo" delle palazzine che avrebbero ospitato (in comodato gratuito temporaneo) una piccola parte dei terremotati e dall'altra non riusciva neanche a programmare un piano di ricostruzione e non voleva neanche considerare l'idea che una città non è fatta solo di case, ma anche di attività economiche ed infine della repressione: al corteo nelle strade di Roma alcuni furono feriti e anche il sindaco Cialente fu colpito.

L'Aquila è stata utilizzata per un esperimento di Shock Economy. La sua struttura urbana, la sua economia, i suoi valori, tutto è stato trasformato rapidamente senza che vi fosse la possibilità di capire in che direzione si stava andando: chi costruisce, cosa costruisce, con quali costi, a favore di quale proprietario finale? Qualunque critica era considerata bestemmia, quasi uno sciacallaggio. Sul "miracolo" di San Bertolaso non ci poteva essere scetticismo e soprattuto nessuno doveva chiedere o indagare. Se qualcosa non veniva fatto era colpa del sindaco che non sapeva spendere i soldi. L'Unto del Signore il suo angelo della provvidenza civile erano infallibili. Ci sono volute le intercettazioni (queste sì miracolosamente raccolte la stessa notte del 6 giugno) per cominciare a capire quale cricca di ladroni agiva sotto le insegne del santo salvatore (e forse anche con la benedizione del vescovo) e quale tipo di imprese si vedevano assegnare gli appalti senza gara. Poi c'è stato il film di Sabina Guzzanti, il gioco dei diritti trentennali e delle concessioni intorno alla nuova casa dello studente finanziata dalla Lombardia. Molte vicende sono ancora oscure, molti terremotati sono ancora senza casa e forse c'è chi non ha capito ancora che dei tantissimi disastri orchestrati dal pataccaro di Arcore quello giocato nella triangolazione Maddalena G8 L'Aquila è stato probabilmente il più straziante perché lo sperpero di pubblico denaro e la spartizione tra amici sono stati perpetrati  sulla pelle di una popolazione già abbattuta dal terremoto. Ora dovranno rispondere davanti al giudice. Loro, i terremotati, non chi li ha raggirati, illusi, sbeffeggiati o picchiati a colpi di manganello. Anche questo ci fa capire che il berlusconismo, nonostante certe apparenze, non è finito.


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