01 marzo 2012

Demeritocrazia

Le vicende riportate da Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera del 28 febbraio dovrebbero suscitare una indignazione nazionale. La carriera universitaria e ospedaliera del figlio del rettore della Sapienza è uno schiaffo al principio del merito, un principio che dovrebbe ispirare tutti i concorsi pubblici e tutte le selezioni aziendali, ma dovrebbe esser riconosciuto al massimo grado nell'ambito universitario. Il vergognoso nepotismo in ambiente medico gioca sulla vita delle persone. Lo scandalo sollevato dal Corriere e da Report dovrebbe provocare un terremoto invece, come conclude l'articolo, il magnifico rettore resta imbullonato al proprio posto: il trono accademico che gli ha consentito di piazzare in cattedra oltre al figlio cardiochirurgo anche la moglie (laureata in lettere chiamata ad insegnare storia della medicina) e la figlia (laureata in legge e piazzata a medicina legale).
Nelle scorse settimane s'era parlato del ministro Fornero con famiglia interamente accasata all'Università di Torino; molti giornali hanno dato spazio alla particolare carriera accademica del sottosegretario Michel Martone; ci sono stati anche studi sulla ricorrenza dei cognomi dentro i dipartimenti universitari (Bari capitale del nepotismo). E qualcuno ci fa notare che in certi concorsi paradossalmente vince il peggiore, l'unico candidato senza titoli, come se ci fosse una regola che vuole premiare il demerito invece del merito.

A sentire questi discorsi i più giovani  hanno smesso di pensare che le raccomandazioni inquinano i concorsi, sono ormai convinti che la raccomandazione è l'unico strumento valido e perciò hanno smesso di studiare. Pensano che gli insegnanti siano più sfigati di quelli che la laurea non l'hammo mai raggiunta oppure semplice venditori di illusioni. I ragazzi non capiscono che se anche fosse vero che ormai tutto è corrotto, se davvero la conoscenza non apre più alcuna porta nel lavoro e nel riconoscimento sociale, l'ignoranza resta comunque un danno a se stessi, abbrutisce e non ci procura neanche l'agognata magica raccomandazione. Così tra le due possibilità i giovani scelgono l'ignoranza che viene dall'ozio e non costa fatica. Se qualcuno riuscirà a riportare un po' di meritocrazia in Italia forse sarà tardi perché si troverà davanti ad una massa di giovani che hanno già sprecato le loro occasioni di crescita.

Nel mese di novembre del 2010 a Chieti ci fu una lodevole iniziativa: un incontro organizzato presso la Camera di Commercio con Roger Abravanel, autore di due libri su La meritocrazia e Le regole. Arrivarono centinaia di studenti dalle scuole superiori di tutta la provincia. L'incontro s'è concluso con una proposta di Abravanel di istituire in Abruzzo una borsa di studio per gli studenti più meritevoli dell'ultimo anno di scuola superiore. Ci fu un solenne impegno con una formale stretta di mano tra il Presidente della Regione Gianni Chiodi e il Presidente della Confindustria locale Paolo Primavera.  I ragazzi applaudirono. Qui sul blog  inserii un post con l'immagine di un nodo al fazzoletto. E' passato più di un anno. Di quella proposta e di quelle borse di studio io non ho più sentito parlare. Era l'enensima presa in giro di paese dei furbetti. Lo dico con grande amarezza: in un paese così non vale la pena di vivere.

A scanso di equivoci ho voluto inserire un'immagine che richiama il saggio di Nicola de Neckir, perché sono perfettamente consapevole che la parola "meritocrazia" si presta a troppi usi. Una meritocrazia basata sulla libera valutazione del curriculum invece del concorso per esami è diventata occasione per i peggiori maneggiamenti. Perciò credo che occorre evitare la retorica del merito e della meritocrazia, che ci avvilisce ormai da anni, per avviare invece una  insurrezione morale contro la pratica del nepotismo e contro il dannoso prevalere della furbizia. Occorre far leva sull'indignazione per cominciare a ricostruire le regole e il rispetto delle regole.


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