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28 settembre 2007

Parole e Immagini

Su l'Espresso (il n.39 in edicola oggi) si parla ancora di Beppe Grillo, criticato in quanto Blogger. Sul blog per farsi leggere è necessaria una scrittura immediata, un messaggio brevissimo, semplificatorio, ammiccante. Dunque proprio quello che si addice al populista o al qualunquista.
Altri articoli trattano della diffusione del bacio come forma di saluto e dell'ignoranza degli italiani. Solo il 20% dei laureati risponde correttamente a tre banali domande su azioni, obbligazioni e tassi di interesse. Spaventoso. Non usiamo le parole per salutarci e non conosciamo le parole più comuni dell'economia.
Sembra che tutti gli articoli siano legati da un problema di fondo: la crisi della parola.

La parola è il principale veicolo del pensiero. Ma dobbiamo intenderla come particella fondamentale del discorso e il discorso come strumento di osservazione e di riflessione da usare insieme alla logica e alla dialettica. Non il discorso ridotto a frammento, titolo o slogan, usato magari solo per sottolineare un'immagine. Ecco il nemico della parola e del pensiero logico: l'immagine va dritta all'emozione, s'impone senza dover passare per i tortusi sentieri lungo i quali si svolge il discorso scritto o parlato. L'immagine è immediata, parla da sola. E in un mondo pieno di immagini gli appartenenti alla nuova stirpe umana (quella che Giovanni Sartori ha giustamente chiamato 'homo videns') si muovono come ominidi nella giungla. L'eccesso di immagini infatti dice tutto e niente.


Ma è davvero in crisi la parola? si direbbe di no se si considera che il mondo dei blog è pieno di pagine poetiche, di autoriflessioni, di eccessi logorroici. E si direbbe di no anche se si guarda ai provvedimenti adottati per le recenti emergenze dell'acqua e del fuoco. Manca l'acqua, le condutture sono vecchie, le sorgenti sono inquinate e allora che si fa? si progettano nuove condutture? si provvede a risanare i terreni contaminati? no, bastano le parole stampate sui manifesti: "l'acqua è una ricchezza tutta da risparmiare". Se uno ci pensa bene si domanderà se è sottinteso un divieto di bere in quel 'tutta'. Ma non si potevano usare quei soldi per istallare rubinetti più efficienti. Magari qualche fontanella 'intelligente', con la fotocellula, come negli autogrill?

E per evitare gli incendi che si fa? si attaccano enormi manifesti con un banalissimo slogan. Non era meglio pensare a qualcos'altro, per esempio ai numeri da chiamare in caso di emergenza preinseriti nelle schede dei cellulari, in modo che anche il cittadino più distratto (che non si annoterà mai quelli stampati sul manifesto) se lo trova nella propria rubrica? basterebbe un accordo con i quattro o cinque gestori della telefonia mobile: nessuna spesa, nessuno spreco di carta, meno inquinamento visivo.

La parola profonda è in crisi, ma non c'è crisi per lo slogan, per il ritornello retorico, per il messaggino sms, per la formula. Sono semplici formule (magiche?) anche le tre essenziali proposte di Grillo, simili alle tre I con cui un altro istrione voleva riformare la scuola.
Forse neanche il grande impatto di Roberto Benigni sarà riuscito a portare le persone a riaprire e rileggere i versi di Dante. Forse gli adolescenti che chattano e si messaggiano nell'età delle cotte non conoscono la tormentata alchimia con cui un innamoramento si distillava in versi e in lettere, mistura di grazia e passione. Ogni cancellatura e ogni riscrittura era un viaggio interiore, un pezzo della conoscenza di sé.

Vittorio Gasmann, grande giocoliere di parole, diceva che la parola è una freccia "seguila e troverai te stesso".

L'esperienza di questo blog mi fa credere che il monitor non abbia lo spessore per accogliere la profondità della parola. Nelle pagine web le parole stanno come chiuse in gabbia e i discorsi non si capiscono, si colgono a pezzi, sono come panorami visti attraverso un oblò. Forse da questa sensazione viene la fatica di scrivere per il blog. E forse un'analoga (distruttiva?) fatica viene compiuta dai politici costretti a parlare dentro gli strettissimi recinti delle interviste (pochi secondi in un telegiornale, pochi minuti in un talk-show). Il comizio in piazza non esiste più e la relazione al congresso è solo per pochi sostenitori già schierati. Questa disabitudine al discorso diventa atrofia di pensiero, mancanza di idee, confinamento in un gergo autoreferenziale.

La riforma della politica, come la riforma della scuola, delle professioni e della società, non si fa scrivendo nuove leggi, quanto piuttosto ritornando sull'arduo sentiero delle parole, al verbo.
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1 commento:

Anonimo ha detto...

Parole che nascono, parole che muoiono: tante parole, dalla vita breve, subito bruciate dentro gli eventi, che le rendono superflue, vuote, vecchie d´improvviso. Eppure tutte, come le regine, portano dietro di sé uno strascico, che in qualche modo le rende immortali, sedimentate, evocative. Si vive di parole. La storia degli uomini e delle donne le reca con sé e le offre di volta in volta a coloro che accettano di raccoglierle e di farle strumento per «comunicare», cioè per dire o non-dire ciò che nasce e ciò che muore dentro la vita quotidiana. Ma, parimenti, ci si rende subito conto che «c´è parola e parola»: di volta in volta leggera come il vento o dura come la pietra, dolce come una carezza o crudele come uno schiaffo sulla faccia di colui che viene considerato nemico, mobile come le emozioni che essa suscita, o duratura come il sorgere del sole che non tradisce mai chi l´attende all´aurora.
Parole, parole, parole... diceva la canzone cantata da Mina qualche anno fa...
enio

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