09 novembre 2006

Il cimitero

La visita al cimitero è come l'attraversamento di un'enorme confessione collettiva, così dice Guido Ceronetti:

"le anime per placarsi pretendono sterminate gallerie, colonnati, boschetti sacri, ambulacri di Dedalo, templi egiziani e un diluvio, un oceano, un'atlantide di statue, di bassorilievi, di altorilievi, di busti, di medaglioni..."

Il cimitero custodisce il mistero della Morte, dunque è un luogo sacro, un camposanto, ed è anche luogo dell'anima, perché là l'anima può ripiegarsi a contemplare il mistero della propria precarietà. E' giusto quindi che questo labirinto destinato ad accogliere e segregare le più profonde inquietudini sia, come scrive Ceronetti, un Teatro della Morte, un luogo di architetture suggestive e di allestimenti scenografici.

Ma provate ad entrare nel cimitero di Chieti: dalla porta principale avrete una conferma di tutto questo, ma guai ad entrare dalla porta nuova, quella in fondo al parcheggio di via Fieramosca, là vi trovereste di fronte una casamatta a cui mancano solo i cannoni, poi dopo aver superato una serie di mappe geometrili sareste precipitati tra viuzze scoscese, strapiombi di cemento dove rimpiangerete di non aver portato la picozza e i ramponi.

La zona nuova del cimitero di Chieti non ha niente del camposanto, è un cantiere permanente che genera un agglomerato di alveari. Viene da pensare agli occultamenti mafiosi, ai cadaveri nelle colate di cemento.

I morti non vengono cementati, ma sigillati nelle scatolette di marmo e nelle teche di vetro. Tante scatolette tutte uguali, spoglie, ammassate le une accanto alle altre, in verticale, con lo sportellino di vetro. Non è la muraglia dei loculi di molti cimiteri moderni, quello di Chieti sembra piuttosto un deposito, un magazzino transitorio di armadietti, di scarpiere o di comodini.



Le uniche tracce artistiche si trovano in qualche vetrata dipinta. I bronzetti e le candele di Padre Pio e di Karol Woityla stanno rimpiazzando i crocifissi, gli angeli e le madonne, ma sono ovviamente oggetti fatti in serie. Sono scomparsi i busti, i bassorilievi, scomparsi anche gli epitaffi. Solo nome cognome e i cabalistici numeri della nascita e della morte. Forse verranno a cancellare anche quelli con qualche pretesto di "privacy". Così resterà solo la serialità delle scatole. Quattro posti come l'abitacolo di una vettura. E infatti i congiunti arrivano con le chiavi per aprire lo sportello.

La zona nuova del cimitero è tutta serialità, non c'è nulla del camposanto o del boschetto di cipressi. La bruta nudità del cantiere ci offre un senso di fabbrica, di catena d'imballaggio.

Quale proposta fare davanti alla scempiaggine dell'architettura moderna? quale rimedio a quello che già si è realizzato con grande dispendio di risorse? pensate al costo di ognuna di quelle scatoline di marmo, ognuna col suo progetto firmato dall'ingegnere o dall'architetto, pensate ai lastroni di marmo così vicini da impedire il passaggio, da impedire ogni servizio di pulizia. Spreco e bruttura.

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