03 settembre 2012

Chieti capoluogo

Il progetto di riordino delle province potrebbe produrre esiti paradossali: la piccola provincia di Pescara scompare per mancanza di requisiti e quella di Chieti, accorpandola, si ritroverebbe Pescara come capoluogo. In sostanza è il pesce piccolo a mangiare quello grande. Difficile immaginare uno smacco peggiore per i teatini che già si sentivano vittime dello sviluppo della vicina Pescara. 
Appare ormai chiaro che sarebbe stato meglio abolire tutte le province evitando queste assurdità e magari ottenendo un risparmio vero. Meglio ancora se avessero abolito le regioni, restituendo alle province il ruolo intermedio tra Stato e Comune. Insieme alle regioni si sarebbe cancellata quella complessa devoluzione di poteri, finto federalismo, che ha causato sprechi enormi e confusione legislativa. Per far questo occorreva ammettere che l'Italia non ha ancora la maturità civica per articolarsi in cantoni o land come avviene in Svizzera e in Germania. Le regioni si sono dimostrate troppo deboli di fronte alle consorterie locali, alle mafie e alle clientele politiche, ma troppo grandi per interpretare gli interessi dei cittadini e sollecitare la loro partecipazione. Abbiamo ancora bisogno di uno Stato centrale per contrastare i poteri locali, leciti o illeciti, ma sempre avidi e irresponsabili.


Il semplice riordino delle province si poteva comunque fare con un po' di logica, invece si farà solo con i numeri (abitanti, superficie, ecc.). Ma è inutile nascondere che anche in un riordino razionale le province di Chieti e di Pescara si sarebbero trovate di fronte al medesimo problema di individuare il capoluogo del comune territorio nel quale sono collocate: la Val Pescara. Un territorio che comprende i comuni delle due sponde, fino a Penne, Atri, Silvi e che non può dividere Chieti da Manoppello o Pescara da Francavilla.

Realtà completamente diverse sono invece quelle della Val di Sangro e dell'entroterra frentano e peligno.

Il fiume che anticamente segnava il confine tra gli Abruzzi (Citeriore e Ulteriore) adesso è diventato un elemento che unisce. I confini tracciati secondo una logica militare devono essere ridisegnati secondo una logica di interessi civili ed economici. Per farlo sarebbe opportuno interpellare qualche importante geografo come Franco Farinelli, ortonese che insegna all'università di Bologna, piuttosto che aprire uno scontro tra politicanti dei diversi campanili. L'interesse di tutti è quello di avere una ripartizione logica delle aree e dei poteri rappresentativi. In questo non vedo quale importanza possa avere il richiamo alle origini, a vicende accadute migliaia di anni fa. Eppure in questi giorni leggo comunicati in cui ci si appella alla storia millenaria di Chieti per respingere il nuovo disegno delle province. Forse che Atri, Sulmona, Ortona e Lanciano non possono vantare una storia millenaria. Vogliamo stabilire il capoluogo della Regione a Corfinio o Juvanum? Cerchiamo di stare ai problemi del presente e alle soluzioni ragionevoli.

Se Chieti avesse saputo sviluppare meglio la parte bassa, se avesse collocato a valle il suo centro direzionale (uffici comunali, finanziari, giudiziari, ecc.) come accade a Bergamo e avesse collocato nell'antico centro storico, insieme ai musei e al teatro, l'università con servizi agli studenti, i ritrovi serali, il cinema, ecc (seguendo il modello di Urbino) ora Chieti riuscirebbe a proporsi come sede ideale del capoluogo anche per la provincia allargata, grazie alla sua centralità nella valle, alla sua posizione di snodo, ai parcheggi comodi ecc.

Tanto per fare un esempio del possibile scenario il Campus universitario avrebbe potuto svilupparsi intorno alla Villa, utilizzando gli edifici del seminario, del museo archeologico, dell'ospedale militare, dell'istituto Galiani, i palazzi ex-gil e catasto; mentre il polo scientifico avrebbe potuto collocarsi nell'altra parte della città utilizzando gli edifici della caserme (Berardi e Spinucci) nonché il vecchio ospedale. A San Giustino ci sarebbe stato posto per Licei e Istituti superiori. Tutto il polo amministrativo invece sarebbe collocato giù, intorno al Piazzale Marconi (municipio, uffici finanziari, prefettura, questura, asl, camera di commercio, ecc) e sempre nella parte bassa della città si sarebbe collocato il polo ospedaliero e quello giudiziario, la stazione ferroviaria e quella degli autobus, con i centri commerciali nelle aree residenziali, non in quelle industriali.

Purtroppo la storia recente di Chieti ha voluto privilegiare ostinatamente il centro storico fino a soffocarlo in un ammasso edilizio orribile e senza parcheggi, con una viabilità scomodissima: a Filippone e Tricalle i palazzi sono stati addossati l'uno all'altro quasi senza spazi, con stradine a senso unico senza marciapiedi. Chieti s'è conservata come borgo e non s'è mai posta in una prospettiva di sviluppo urbanistico.

Quando la sistuazione è diventata insostenibile è iniziato uno "smottamento" verso lo Scalo. Molti uffici si sono trasferiti per necessità nella parte bassa (Ospedale, Università, Camera di Commercio, Agenzia delle Entrate, Poste, Enel, Motorizzazione, Cassa di Risparmio) ma sono disseminati in modo assolutamente illogico. Nell'illusione di poterli trattenere sull'asfittico colle, Chieti non ha fatto niente per dare loro una buona collocazione a valle.

Chieti avrà anche una storia millenaria, ma questa non ha impedito gli errori e gli orrori di una urbanizzazione che oggi la rende impresentabile come capoluogo della futura provincia. L'amore dei teatini per il loro antico colle li ha resi ciechi negli anni dello sviluppo;  ha soffocato la parte alta della città mentre la pianura si sviluppava caoticamente mescolando zone residenziali, aree industriali, impianti pericolosi, arterie ferroviarie e autostradali, senza mai acquisire una connotazione urbana razionale, degna di un capoluogo.

Nella pianura c'era la possibilità di disegnare una grande città con verde pubblico, servizi, piazze, piste ciclabili, quartieri residenziali, zone commerciali, villette a schiera ecc. Senza escludere un comodo sistema di risalita verso il cuore antico della città che sarebbe rimasto il salotto buono, la città universitaria, il sistema museale e bibliotecario. Intorno ai luoghi dei concerti e delle mostre (l'anfiteatro, le terme, la villa) sarebbero nati studentati e ostelli, scuole di restauro e di gastronomia, residenze per anziani... Basta, sto sognando.

Questo non è avvenuto (e non per colpa dei pescaresi) perciò è inutile cedere ai rimpianti e alimentare le rivalità. Ora possiamo sperare di non perdere il capoluogo, sarebbe un'altra grave perdita, ma dobbiamo anche cominciare a fare qualcosa. Non semplici resistenze a parole e pugni sul tavolo. Forse qualcosa si può ancora fare, anche in tempi di forti ristrettezze, per migliorare in concreto la vivibilità e restituire alla città un'immagine nuova, meno scombinata, guardando più al presente e al futuro che alle glorie di un millenario passato, che è passato e in questi frangenti proprio non ci aiuta.

2 commenti:

elliott56 ha detto...

Bravo Tommà!

Anonimo ha detto...

Mi associo...bravo!