29 giugno 2012

Chieti tra insicurezza ed esaltazione

Desta allarme l'aggressione a una coppia di coniugi in pieno centro storico a pochi passi dalla Questura e dal comando dei carabinieri. L'episodio ci conferma che Chieti non è più il posto tranquillo che sembrava. Ci sono state altre aggressioni nelle scorse settimane, in Piazzale Marconi, al Campus Universitario, con giovani finiti in ospedale. Sono casi di violenza del tutto immotivata. Alcuni episodi sono stati attribuiti all'appartenenza politica o sessuale delle vittime, ma non c'è chiarezza sulle motivazioni e nell'ultimo caso non c'era nessuna possibile giustificazione. Solo voglia di menare.

Si parla di ragazzi minorenni che agiscono in gruppo. Anche l'anno scorso ci sono stati arresti di minorenni che aggredivano e taglieggiavano altri ragazzi.

Nell'autunno di due anni fa avevo già posto il problema, dicendo che è sbagliato relegarlo nell'ambito del "bullismo": è pura  criminalità. Non quella dei ladri e dei contrabbandieri che rappresenta una forma di lavoro illegale. Dietro la violenza gratuita c'è una devianza morale, quasi disumana. Come si produce? Quale vuoto esistenziale può portare alcuni giovani ad elaborare il credo del "Meno dunque esisto"?



Il bullo che usa prepotenza contro i compagni lo fa per emergere, diventa un piccolo leader. Invece negli episodi che allarmano Chieti c'è una cultura di branco. Non sappiamo se c'è un leader, sappiamo che c'è il gruppo, l'aggregazione, quindi non è una psicopatologia individuale, è una cultura deviante intorno alla quale probabilmente c'è anche una fascia di tolleranza e di comprensione. Quei ragazzi non sono spettri che emergono dal nulla. Per esempio nel caso dell'aggressione a Piazzale Marconi la stampa ha dato la notizia come fenomeno di omofobia, ma nei blog molti commenti tendevano a smentire questa spiegazione per darne una "campanilistica". La gravità del fatto non cambia, entrambe le motivazioni sono inaccettabili, ma chi usa questi argomenti alla fine capovolge le accuse contro i giornalisti: se la notizia è data male ecco che il colpevole diventa il giornalista e Chieti è solo vittima di una cattiva stampa e il fatto si annulla.

Non so se queste idiozie sono dette e scritte in buona o in mala fede. Dobbiamo smettere di cercare giustificazioni anche dove non ce ne possono essere o di sminuire i fatti col prestesto che anche in altre città esiste la violenza (niente di più ovvio) e soprattutto dobbiamo smettere di fingerci vittime. 

A quest'ultimo riguardo leggo su Teate.net un articolo colto che vorrebbe dare un fondamento quasi storico al vittimismo di Chieti: astio, invidia, gelosia, acredine, angherie vendicative, odio, rancore, stizza, prevaricare, scalzare, annientare, sottrarre... un intero vocabolario che arriva perfino al "diabolico disegno" per descrivere i sentimenti degli altri (soprattutto pescaresi, ovviamente) e tutto questo in opposizione a "glorioso passato trimillenario", bellezza, valore, blasone storico, salotto buono, signorilità, ammirazione per descrivere Chieti.  Con questo non voglio negare l'attendibilità di certi riferimenti storici contenuti nell'articolo, ma come si fa a disegnare un contrasto così netto tra bene assoluto (Chieti) e male assoluto (gli altri, invidiosi) senza chiedersi perché gli straccioni delle campagne e della costa nutrivano sentimenti negativi verso i nobili teatini e senza chiedersi dove e come questi ultimi traevano ricchezza e potere. La storia ci racconta i fatti, ma ci offre anche le spiegazioni. La ricerca retrospettiva di motivazioni che possano giustificare i nostri attuali sentimenti non è storia e fa un pessimo servizio ai giovani teatini di oggi che vengono così inchiodati ad un passato di cui non hanno né colpe, né meriti.

Il giovane che assorbe le idee, e lo stile del presidente della Magnifica Comunità Teatina, potrebbe non vedere alcuna goliardia in tutto questo, ma si sentirà autorizzato a ragionare in termini di "ex colonia", fratello maggiore, vassallaggio, cavalieri serventi e via dicendo, scivolando così in un anacronismo donchisciottesco che espone allo scherno. E ciò finisce poi per essere una controprova del proprio ragionamento vittimistico e delle pulsioni di riscatto. Non se ne esce più!

Torniamo a guardare le cose con gli occhi di oggi. Non conosco Marino Valentini, autore dell'articolo, e condivido la sua conclusione: chiedere oggi di togliere il primato di capoluogo a L'Aquila sarebbe vile e indecoroso. Sono anche convinto che non c'è un legame culturale tra lo stile retorico e veemente di Valentini e il becero campanilismo che sfocia anche in violenza. Non ho alcuna intenzione di fare dietrologia, non sto dicendo che dietro la violenza ci sono i cattivi maestri che esaltano Chieti. Sono cose diverse, ma riflettiamoci, forse Chieti e i suoi giovani più sbandati hanno bisogno di altro. Soprattutto di altre parole e altri atteggiamenti.

Quei ragazzi vanno fermati e rieducati. La polizia deve fare la sua parte, ma anche le persone che li conoscono e le tifoserie di cui fanno parte non devono alimentare la loro devianza morale cercando motivazioni di vario genere. Per la violenza gratuita non possono esistere motivazioni. Chieti non deve difendersi perché non è vittima di nessuno, deve solo mostrarsi migliore, qualunque sia la sua storia passata. Qualcuno deve spiegare a quei giovani che non viviamo nel far west, non siamo circondati da nemici. La violenza abbrutisce quelli che la praticano e la ricerca del nemico crea nemici, ci rende antipatici, non ci riscatta.

Chiudo con un'altro esempio tratto dallo stesso sito: l'associazione M.C.T. ha provveduto ha ripulire l'area dei tempietti romani con un bellissimo esempio di senso civico che dimostra attenzione e cura per la propria città, magari (a sapere chi sono) ci avessero portato anche i giovani autori delle aggressioni, sarebbe stato un buon inizio per la loro rieducazione. Però mi chiedo per quale motivo un gesto di sensibilità verso il decoro urbano, che basta da solo ad evidenziare i limiti dei servizi municipali, debba essere annunciato in termini di "onore e vergogna". Le parole sono importanti e la cultura passa in buona parte attraverso le parole. Usiamole bene.

[NB - l'immagine è tratta casualmente da un forum di ultras e non ha alcun riferimento con gli episodi richiamati nel post]

2 commenti:

Anonimo ha detto...

L'autore dell'articolo "L'Onore e la Vergogna" su Teate.net sono io, Paolo Marcucci. Sono convinto di aver usato le parole giuste nel titolo perchè giusta enfasi a ciò che poi si sarebbe letto all'interno del testo. I "media" locali e non solo ci sottopongono ad un'overdose quotidiana di titoli inappropriati e fuorvianti senza che mai nessuno senta il bisogno di far notare agli autori l'inadeguatezza di quanto titolato. Resto convinto che quanto fatto dalla MCT costituisca motivo di "onore" per gli autori in quanto dimostrazione di elevato senso civico nei confronti della propria città ... e resto convinto anche della "vergogna" che dovrebbe provare chi avrebbe dovuto provvedere e non l'ha fatto quando contemporaneamente può permettersi di avere 4 (quattro) persone a chiacchierare del più e del meno durante il normale orario di lavoro.

Tom P. ha detto...

Sicuramente vero che i titoli dei giornali sono spesso inappropriati e fuorvianti.
Per una bella iniziativa di una associazione forse non serve inseguire i giornali o le retoriche di altro tipo. Comunque la sostanza resta lodevole.