22 maggio 2012

Il Pescara di Zeman in serie A

Il gioco del calcio per me è sempre stato quello descritto da Walter Chiari: ventitre adulti in mutande rinchiusi in un recinto a correre dietro a una palla. E i tifosi che urlano dalle gradinate mi sembrano ancora più pazzi di quelli che scalciano nell'erba. Perciò potete capire bene perché l'altra sera attraversando Francavilla per tornare a casa non riuscivo a capire il motivo dei festeggiamenti. Mi sono accostato e l'ho chiesto a una signora che mi ha risposto sollevando la bandiera bianco-celeste: "il Pescara in serie A". Non ho avuto il tempo di replicare, neanche con un sorriso, che lei si ritraeva quasi turbata: "Ma è un chietino?".

A Chieti nessun festeggiamento ovviamente. La rivalità con Pescara è ben nota. Il calcio non è uno sport che unisce, crea fazioni in guerra tra loro, produce rancori profondi e vera violenza. Le tifoserie spesso sembrano centri di addestramento all'intolleranza, al razzismo, all'odio verso il vicino che indossa una maglia di diverso colore. Qualche amico appassionato di calcio mi assicura che la violenza è solo di pochi esaltati e che la gran parte dei tifosi sono solo persone in cerca di svago. Spero che sia vero. Non ho elementi per formulare un mio giudizio. Ieri però ho parlato con un carabiniere che si diceva preoccupato di possibili scontri tra le opposte tifoserie.

Capisco la rivalità di un derby. Non capisco perché il ritorno del Pescara, unica squadra abruzzese in serie A, non faccia piacere anche ai chietini. Forse non dovrei neanche scrivere queste cose visto che non conosco quel mondo e per me il calcio non è neanche uno sport. Direi, parafrasando Marx, che è "l'oppio dei popoli", e lo è per la sua funzione narcotica della coscienza civile, ma anche per la sua capacità di generare, come accade nel mercato di altre droghe, un enorme circuito economico (anche illecito o comunque volto a gigantesche elusioni fiscali a danno della collettività). 

Ho deciso di scrivere queste righe superando il mio disinteresse perché vedo che il successo del Pescara travalica la cronaca locale e la cronaca sportiva. Nel blog di Dino Amenduni leggo che il Pescara in serie A rappresenta la rivincita di un uomo, Zdenek Zeman, che è anche un simbolo del vero sport, quello giocato rispettando le regole, la salute dei giocatori e con la voglia autentica di agonismo.

L'opinione è confermata anche da altri che ci descrivono una filosofia sportiva che merita ammirazione: link, link, link.

Zeman (questo lo sanno anche i profani come me) osò denunciare l'uso e l'abuso di medicinali per migliorare le prestazioni dei calciatori. Il procuratore Guariniello aprì un'inchiesta. Zeman ha pagato questa sua scelta di onestà. La sua rivincita quindi rappresenta una vittoria anche per chi non è pescarese, non è abruzzese e non sa niente di calcio, ma crede nel valore dell'onestà.

Mi piacerebbe che tutti riuscissero a guardare il calcio come uno sport e non come una guerra tribale. Mi piacerebbe che tutti fossero come Gabriele, il mio compagno d'appartamento negli anni di università che, guardando una partita, sapeva appassionarsi e godere anche per la bravura degli avversari.

Se, come scrive Dino Amenduni, quella di Zeman è una lezione di vita, di stile e di bellezza che ha superato le insidie dei tempi e ora è diventato un modello culturale, oltre che sportivo, l'offesa nei suoi confronti deve farci vergognare due volte: l'offesa all'uomo che è sempre indegna quando non trova alcuna giustificazione e l'offesa a quello che l'uomo può rappresentare come nel caso di Zeman.

Questa doppia vergogna ricade su tutta Chieti perché le parole di disprezzo sono state pronunciate dal primo cittadino. I tentativi di minimizzare riducendo tutto ad una battuta infelice hanno poi peggiorato l'immagine di Chieti, perché se è vero che erano parole di poco conto, dettate più dall'ignoranza e dalla grettezza che da un intento offensivo, quelle parole sfuggite di bocca mostravano con grande chiarezza l'atteggiamento mentale di chi giudica (e disprezza) la persona senza guardarla, senza considerarne il valore umano, ma facendo solo questioni di colore della maglia e di tribù d'appartenenza.

Anche in quella sgradevole occasione l'allenatore boemo ha risposto con stile, da vero signore, mentre quelli che hanno cercato di minimizzare hanno mostrato a tutti la grettezza d'animo di chi è incapace di dare valore al rispetto: la prima cosa che l'educazione (anche quella sportiva) dovrebbe insegnare. Come teatino mi sono sentito offeso dalle parole del nostro sindaco, dai manifesti contro Zeman nei quali c'era scritto che Chieti merita rispetto (ma forse deve prima imparare a praticarlo) e quello che mi avvilisce di più sono i commenti di chi ha cercato di sminuire lasciando intendere che quel tipo di "battute" cariche di disprezzo a Chieti son cosa banale, quasi normale. Mi piacerebbe che ora si facesse qualcosa per rimediare almeno in parte alla figuraccia. La cosa più semplice sarebbe quella di  partecipare, insieme agli altri abruzzesi e con tutti gli appassionati di sport autentico, al successo della squadra di Zeman. Assurdo? Sì, dove vige ancora una cultura tribale è assurdo, ma è l'unica via per avvicinare al calcio anche chi ormai, come me, lo considera solo una dannosa droga economica e sociale.

A questa nota, che forse sarà l'unica da me scritta in tema di calcio, voglio aggiungere anche l'altro motivo di soddisfazione che ci viene dalla vittoria del Chelsea nella Champions League: una squadra inglese guidata da un giovane abruzzese, Roberto Di Matteo, originario di Paglieta.

Facciamo i complimenti al Pescara di Zeman anche se purtroppo resta un pensiero triste nel ricordare che tra le avversità affrontate durante il campionato c'è stata la tragedia della morte in campo, a Pescara, di Piermario Morosini. E non c'è vittoria che possa restituirci la sua vita.


3 commenti:

Anonimo ha detto...

mi sento come teatino più offeso da ciò che hai scritto.......

Anonimo ha detto...

Via da Chieti gli infami...... Curva volpi unico vanto di chieti......

Anonimo ha detto...

Strano che succede a Chieti un qualcosa contro la città costiera ottiene un'amplificazione a dismisura. Viceversa SILENZIO TOTALE.
Per esempio non ho sentito tutto questo clamore quando è stato aggedito un tassista teatino (in regola) che cerava di lavorare all'aeroporto. COME MAI?!
Ai posteri l'ardua sentenza