05 giugno 2008

Nucleare tra paura e ragione

Nell'ultimo post avevo inserito un cenno alle centrali nucleari solo perché qualcuno è tornato a proporle come soluzione ai problemi del caro-petrolio. Non avrei mai immaginato un allarme imminente e così vicino: la centrale di Krsko, nella Slovenia sud-occidentale, a circa 130 km da Trieste.

Sono già arrivate rassicurazioni da Lubiana: nessun danno per l'ambiente o per la popolazione. Ma possiamo davvero stare tranquilli? anche nell'aprile del 1986 ci dissero la stessa cosa: un piccolo inconveniente alla centrale di Chernobyl, tutto sotto controllo, nessun pericolo. Anzi all'inizio non dissero nulla, furono gli svedesi a misurare strani aumenti di radioattività. La Russia cercò di nascondere la gravità dell'incidente, ma allora la Russia era ancora un nemico e c'era un fortissimo interesse a portare alla luce ogni errore, ogni nascondimento, ogni pericolo che poteva venire dal tenebroso impero sovietico. E in Francia preferirono comunque il silenzio.

Se la stessa cosa si dovesse ripetere oggi, chi avrebbe interesse ad informare la gente? in un mondo globalizzato l'annuncio di un incidente porterebbe solo enormi conseguenze sanitarie, economiche e gravi ricadute politiche. Il silenzio invece sarebbe la strada più comoda per tutti. La radioattività è invisibile, nessuno s'accorge di niente.

Una prospettiva di questo tipo può sembrare pazzesca per le persone ragionevoli. Ma non era ugualmente pazzesca l'idea che di fronte alla scoperta di pozzi d'acqua contaminati da micidiali veleni, TUTTE le autorità di controllo, invece di far chiudere i pozzi e aprire un'indagine, avessero potuto decidere di diluire quei veleni avvelenando anche gli acquedotti puliti? ci avreste mai creduto ad una possibilità di questi tipo?

Oppure credete che le centrali nucleari sarebbero gestite da persone diverse da quelle che hanno gestito i nostri acquedotti? Illusione. Se facciamo i conti con la realtà dobbiamo concludere che oggi il rischio nucleare è aumentato rispetto all'epoca di Chernobyl.

Il rischio è aumentato non solo in senso "politico-morale", ma anche quantitativo perchè siamo circondati dalle centrali altrui, e invece di uno scellerato "così fan tutti", visto che il rischio esiste aumentiamolo ancora con un po' di centrali italiane, mi sembra un motivo in più per essere prudenti. Aumentiamo piuttosto i controlli sui livelli di radioattività con obblighi di pubblicazione immediata dei dati.

Ma sul problema del nucleare non voglio fare il solito italiano che mette al primo posto la propria PAURA. Se proviamo ad eliminare il fattore PAURA ci dobbiamo chiedere:

1) Quanto dureranno le scorte di uranio, 30-40 anni? pochini al confronto con i 10-20 anni necessari per costruire una centrale.

2) In Italia ne disponiamo a sufficienza oppure anche per l'uranio saremo dipendenti dai mercati esteri dove dobbiamo acquistare in competizione con francesi, tedeschi, americani, cinesi, iraniani, sloveni?

3) Disponiamo di un efficace sistema di smaltimento delle scorie radioattive oppure finirà tutto in mano ai camorristi e nessuno potrà più sapere se sta seduto sopra un'invisibile bocca d'inferno?

4) I costi per realizzare le centrali nucleari sono sostenibili? oppure ci precluderanno per sempre gli investimenti nei settori delle energie rinnovabili che sono la vera risorsa strategica del futuro? e nel conto bisogna mettere anche gli enormi costi per smantellare la centrale alla fine del suo ciclo.

5) il nucleare viene proposto quasi come una facile scorciatoia, ma con i 10-15 anni necessari per aprire un impianto, non si arriva quando il sistema sarà già diventato obsoleto e antieconomico?

Credo che la scelta del nucleare presenta un solo evidente vantaggio: la possibilità di arricchire i soliti noti. Lo credo soprattutto quando vedo che contro questa scelta non ci sono solo cassandre e ambientalisti, ma i maggiori esperti di fisica come il premio nobel Rubbia di cui l'Italia si è liberata nel 2005 per la seconda volta (anche il Nobel del 1984 l'aveva ottenuto grazie a ricerche svolte all'estero). Io credo che sarebbe ragionevole ascoltare scienziati come Rubbia, anche se ormai sarà impossibile riaverlo alla guida dell'Enea.

Rubbia non si limita a sconsigliare la scelta di un sistema troppo costoso che ci renderebbe dipendenti dall'uranio e dall'irrisolto problema delle scorie, egli ha elaborato anche la proposta di centrali al torio, un sistema che non innesca reazioni a catena e non produce plutonio. Quindi è molto più utile e sicuro delle centrali tradizionali. Molti paesi non sono interessati a questa soluzione perché non contribuisce al mantenimento dell'arsenale atomico militare, ma per noi che non abbiamo arsenali atomici non sarebbe un problema. La Spagna l'ha capito, l'Italia no. In Italia adesso ci convinceranno a fare le centrali che negli altri paesi stanno cominciando a dismettere. Non ci vorrà molto, basta neutralizzare la paura.

La rinuncia italiana al nucleare avrebbe potuto collocarci all'avanguardia nelle ricerche sulle energie rinnovabili. Invece abbiamo sprecato vent'anni e ora siamo in retroguardia, ma se ora il bisogno è aumentato perché petrolio e uranio cominciano a scarseggiare, sarebbe ora di decidersi a dare un impulso nuovo al genio inventivo italiano!

Purtroppo credo che il problema principale sia un altro: le energie rinnovabili sono basate su fonti diffuse (vento, sole, mare) e non consentono un controllo sugli appalti in modo da centralizzare i guadagni. La diffusione aiuterebbe l'inventiva e la concorrenza, ma non piace ai palazzi che non possono fare a meno del gioco dei favori e dell'accumulazione di potere.

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21 commenti:

Enrico ha detto...

@ Tom.

Amche se la tua paura e i tuoi dubbi sono giustificati, il confronto tra l'odierna Slovenia e l'URSS del 1986 non regge.Alla Slovenia si può rimproverare di non essere stata tempestiva e precisa nel dare la notizia dell'incidente. Dall'URSS non trapelava nemmeno la notizia del raffreddore di Brezniev.
Le autorità francesi dichiararono praticamente che la radioattività non aveva oltrepassato il ... Reno. Mica potevano distruggere la propria agricoltura!
L'incidente nella centrale di Krsko è l'ultimo della serie: ve ne sono stati in centrali nella Svezia meridionale, nel Nord e nel Sud della Germania. Per fortuna non vi è stato pericolo per le popolazioni.
L'Austria fa facendo pressione sulla Repubblica ceca, affinché quest'ultima smantelli una centrale nucleare situata al confinetra i due paesi. La ragione di ciò: la centrale ceca è dello stesso tipo di quella di Chernobyl, basata cioè su una tecnologia già obsoleta nel 1986!

Sulla nuova corsa al nucleare del governo italiano ho i miei dubbi anch'io e sono d'accordo con te.
Con i soldi che lo Stato spenderebbe per le nuove centrali, ci si potrebbe finanziare impianti solari per la maggior parte delle famiglie italiane o dare contributi a coloro che costruiscono case a bassissimo consumo energetico (se ne costruiscono tante in Germania dove fa mediamente molto più freddo che in Italia!)risparmiando così sull'importazione di petrolio e di gas metano.
Un'obiezione a questo punto: le fonti di energie alternative riuscirebbero a coprire il fabbisogno del paese? Il governo tedesco che aveva già previsto la chiusura di tuttel ecentrali nucleari entro ili 2010, ci sta ripensando - forse sotto la pressione della lobby atomica!?

Le forze politiche infine che avevano appoggiato il referendum contro il nucleare, non si erano affatto preoccupate di presentare un progetto alternativo al nucleare. Per cui non si era nemmeno sentita la necessità attivare delle ricerche nel campo delle energie rinnovabili.

Un buon fine settimana a tutti

enio ha detto...

@Tom
l'energia e il sistema di approvvigionamento in futuro qualificherà una nazione. Se noi saremo sempre e comunque costretti da acquistarla in quantità sì grande, saremo qualificati di serie B e la nostra economia ne risentirà. Benvenga il nucleare ad integrare tutte le altre energie rinnovabili. Noi siamo circondati di centrali nucleari che tant'è vale la pena di averne di proprie.

Tom P. ha detto...

Con questo linguaggio necessariamente stringato del blog non si riesce mai a trasmettere correttamente le idee.

Rispetto alla PAURA e all'intervento di Enrico preciso che non c'era un paragone tra l'attuale Slovenia e l'URSS, ma volevo dire esattamente il contrario, cioè che il maggior rischio di non vigilare abbastanza viene proprio dai paesi "normali" che magari sono anche nostri partner nell'UE.

Rispetto all'attuale Slovenia, che avvisa immediatamente la comunità, non ci sono più le ragioni di sospetto che c'erano giustamente verso il mondo sovietico. E se dopo l'allarme ci dicono "tutto bene, è fuoriuscita un po' di roba, ma era solo acqua calda" non abbiamo motivo di continuare ad indagare. Con la vecchia russia comunista si indagava con ogni mezzo e non c'era cortina o congiura del silenzio che reggesse.

Dici che la Francia aveva l'agricoltura da difendere. Tutti ce l'hanno e non hanno più una Russia comunista da smascherare. E' proprio questo che oggi ci lascia esposti e indifesi. Sicuramente più di vent'anni fa. Inotre il discorso vale anche al contrario: l'impero sovietico nascondeva i suoi scheletri, ma non i nostri, non aveva interesse a tacere su una eventuale fuga radioattiva in una centrale francese e questo condizionava i comportamenti dell'occidente. Non sto difendendo un valore positivo del sistema sovietico, sto facendo l'elogio di quella regola liberale che si chiama "concorrenza". Oggi non c'è più, siamo tutti membri dello stesso cartello mondiale.

Noi ovviamente ci comportiamo verso le autorità che controllano le centrali del nostro mondo democratico come ci siamo comportati con l'acqua del rubinetto. E' questa facile tranquillità che può diventare pericolosa e non sto fantasticando perché ci sono molti precedenti sulle questioni amianto, uranio impoverito, farmaci letali, ecc.

Tom P. ha detto...

Rispetto alle RAGIONI e agli argomenti di Enio vedo che sono stessi argomenti già citati nel post:

1) se si vuole evitare una dipendenza dagli approviggionamentoi dall'estero il nucleare è una scelta sbagliata perché crea una doppia dipendenza (non abbiano uranio e non abbiamo deserti in cui seppellire le scorie radiottive). Mentre per gas e petrolio le strategie di Enrico Mattei hanno posto l'Eni in condizione di muoversi con grande abilità, per l'uranio non saremo neanche in serie B, forse in D.

2) l'argomento per cui se un rischio è già presente possiamo aumentarlo senza problemi non mi sembra molto convincente. Sarebbe come dire: siccome ci sono parecchi pazzi che circolano oltre i limiti di velocità consentiti e creano già un forte rischio di incidenti mortali mi conviene viaggiare a 180 km/h e possiamo anche abolire per tutti i limiti di velocità. Io in genere faccio il contrario, se vedo che ci sono pazzi che girano ad alta velocità divento ancora più prudente, mi fermo anche dove non avrei l'obbligo di dare la precedenza. Sono un temerario?

enio ha detto...

Io ultimamente sono stato ad una conferenza sull'energia e il relatore era un certo Rubbia e le conclusioni a cui si perveniva non erano affatto rosee per l'Italia. Con le tecniche attuali, le energie alternative, il fotovoltaico e anche il nucleare non sono in grado da sole di sostituire il fossile (petrolio, metano, carbone). In particolare l’energia più pulita, la solare attraverso i pannelli fotovoltaici, è estremamente limitata, tutto il fotovoltaico del mondo produce l’energia di un singolo reattore nucleare e al mondo di reattori nucleari ce ne sono 360, e danno in tutto il 6% dell’energia complessiva. Insomma, il solare oggi dà meno dello 0,02% dell’energia, e lo dà a prezzi politici, sovvenzionati dai governi. Se non ci fossero le sovvenzioni, il fotovoltaico chiuderebbe.

Tom P. ha detto...

Se rimango chiuso in casa, senza possibilità di uscire dalla porta, non è detto che devo subito buttarmi fuori dalla finestra perché non ho alternative.

Se non c'è un incendio o un terremoto che mi costringe a scappare potrei anche ingegnarmi in tentativi per riaprire la porta; potrei anche andare a dormire per trovare una soluzione l'indomani a mente più fresca.

Oggi in Italia non c'è un pericolo più grande del nucleare che ci costringe a correre i rischi del nucleare come male minore. I consumi energetici si possono anche ridurre. Quei camion che attraversano l'Italia per spostare da una parte all'altra della nazione mozzarelle, camicie o divani, non sono una necessità. Si vive anche con le mozzarelle nostrane, con le camicie cucite a Chieti Scalo invece che in Cina e i divani che non vengono dalla Svezia. E se il camionista diventa sarto o tappezziere potrebbe anche fare una vita migliore.

Un'economia diversa non è l'apocalisse, almeno non lo è per noi. Chi ha uno stipendio da super-manager, chi ha impiegato decenni in fusioni e trasformazioni e si gode i miliardi di profitti accumulati da società che controllano enormi mercati probabilmente nel cambiamento e nel rischio di dover tornare a lavorare ce la vede l'apocalisse. Capisco bene perché sui giornali ci fa scrivere che siamo su un treno che non si può fermare e nemmeno rallentare, ha buone ragioni per pensarla così. Ma se provassimo a fare quel vecchio gioco della conta? se volessimo lasciare che a decidere sia la maggioranza dove ognuno ragiona con la testa propria e in base alle esigenze proprie? forse il risultato sarebbe diverso.

La scelta che non ha alternative non è il nucleare, ma è la decrescita. L'economia che impone ad ogni nazione di aumentare il PIL di una sostanziosa percentuale l'anno ha un solo sbocco: la distruzione del pianeta. Ci dev'essere per forza un momento in cui da un'economia della crescita si passa ad una condizione di equilibrio. Allora invece di continuare a domandarsi dove prendere altra energia, altre materie prime e altri schiavi per continuare a riempire le nostre case di oggetti che domani non sapremo dove buttare, possiamo anche cominciare subito a porci domande diverse: come fabbricare oggetti pensati per essere completamente riciclati, come farli durare di più, come vivere bene con poche cose che consumano poca energia.

Queste sono le domande. Immaginare che gli investimenti da fare siano soldi per il fotovoltaico è solo mancanza di immaginazione. Il fotovoltaico è un'invenzione già fatta, si può diffondere perché è utile, ma è come la radio di Marconi. Bisogna pensare ad altro.

Anonimo ha detto...

Discorso condivisibile solo in linea di principio, abbiamo gia' avuto una piccola idea di cosa succede senza petrolio a basso costo: Niente Pesca --> Disoccupazione e mancanza di pesce per i Ristoratori --> Altra disoccupazione.
Per non parlare di cosa potrebbe succedere se solo si fermassero i Tir, come accadde l'anno scorso.
E qui parliamo solo di prezzi, non di disponibilita' di greggio.
A complicare il quadro, c'e' da aggiungere che la societa' attuale e' fortemente indebitata, una mancanza generalizzata di lavoro creerebbe disperazione e tumulti, le reti sociali salterebbero istantaneamente.
Senza considerare cosa accadrebbe al costo del cibo, in competizione con qualsiasi cosa possa essere bruciata per riscaldare le case (e non, come si molti pensano, solo per muovere gli oggetti..).
Basta ricordare Sarajevo durante la guerra, durante l'inverno anche gli alberi e le aiulole pubbliche venivano bruciati.

La visione bucolica del ritorno alle campagne non e' attuabile, lo sai bene, qui non si tratta di decrescere felicemente, qui si tratta di non farsi troppo male quando cadremo (perche' cadremo).

Il vero nodo, comunque, e' la bomba demografica, quale che sia la soluzione (perfino la tua), non sara' in grado di reggere a lungo all'urto di una umanita' che cresce a ritmi non sostenibili.

Mi dispiace per voi ma una cosa simile e' gia' successa nella storia dell'umanita', sull'isola di Pasqua.
Il progressivo esaurimento di una risorsa finita (il legno) ha scatenato un bagno di sangue, con fenomeni di cannibalismo e violenza senza fine, i piu' deboli uccisi dai piu' forti.

Avrebbero potuto coltivare le rape, hanno scelto il legno.


D-Side

Tom P. ha detto...

@ D-side

Benvenuto e grazie del contributo. La tua riflessione è giusta. Il richiamo a quello che accadde agli abitanti dell'Isola di Pasqua mi sembra illuminante: gli uomini là si sono estinti a causa della mancanza di alberi che loro stessi avevano provocato o non impedito. A noi potrebbe succedere la stessa cosa per mancanza di petrolio. Un blocco dei trasporti e della produzione industriale con aumento dei prezzi delle materie plastiche e del riscaldamento non sarebbe sostenibile. Scatenerebbe conflitti disastrosi con qualche esempio forse già visibile.

C'è un solo punto su cui non condivido la tua opinione: nell'Isola di Pasqua non potevano risolvere il problema coltivando rape (cosa che forse facevano) perché di sole rape la popolazione non sopravvive. Dovevano salvare gli alberi. Dovevano smettere di tagliarli per costruire i loro momumenti e dovevano proteggerli dagli attacchi dei topi. Gli alberi erano una risorsa fondamentale.

Noi oggi dobbiamo salvare il petrolio. Non possiamo bruciarlo tutto per spassarcela col SUV, per far volare gente a basso costo fino alle Maldive, dove non fa niente che non potrebbe fare sulla spiaggia di Francavilla, non possiamo produrre plastica solo per distruggerla negli inceneritori... quando parlo di decrescita mi riferisco a questo: rinunciare agli sprechi dissennati. Rinunciare gradualmente, senza interruzioni improvvise, perchè anche una sola interruzione (pescherecci) produce pesanti contraccolpi.

Credo che il miglior sistema per una riduzione graduale sia un graduale aumento del prezzo. I governi non devono contrastare l'aumento che si sta producendo spontaneamente nel mercato internazionale del petrolio, e non devono cercare di sfruttare ogni giacimento esistente, altrimenti spingerebbero le popolazioni sulla via della distruzione.

E qui veniamo al nocciolo del problema:
sostituire il petrolio con una diversa fonte energetica o puntare ad una riduzione dei consumi?

A questa domanda tu rispondi in modo diverso da me. Capisco bene che non è possibile immaginare di sostituire petrolio e carbone con sole e vento, sarebbero del tutto insufficienti. Però vorrei che la seconda soluzione, quella della decrescita, non venisse confusa con "la visione bucolica del ritorno alle campagne". La decrescita non è un tentativo di fermare il progresso tecnologico, economico e sociale, al contrario è un'accelerazione del progresso. Un'accelerazione che non potremo compiere quando le risorse energetiche saranno esaurite. Se aspettiamo ancora, faremo la fine degli abitanti di Pasqua. Ora forse siamo ancora in tempo a cambiare direzione: puntare meno allo sviluppo (PIL) e puntare di più alle tecnologie raffinate, alla progettazione di oggetti rigenerabili, alla vera economia che è risparmio e non spreco!

La differenza tra economia di crescita ed economia di decrescita non è quella che finora ci è stata offerta: da una parte il progresso industriale e dall'altra la campagna con asini e rape. La differenza è quella che vede da una parte un bambino che pensa solo a mangiare, s'ingozza ogni giorno di marmellate e cioccolate, oggi a Parigi e domani a Honolulu, pensando che sia quello l'unico piacere della vita anche se il suo organismo ne soffre; dall'altra un bambino che mangia poco, studia, tiene in ordine le sue cose, coltiva le amicizie anche via internet con persone che forse non vedrà mai.

Tom P. ha detto...

Aggiungo un'altro esempio che può aiutarci a capire: quanti cervelli oggi sono impiegati per inventare nuovi oggetti, campagne pubblicitarie e per progettare cose in modo che diventino presto obsolete, cioè da buttare anche se funzionano ancora benissimo. Questi sono tagliatori di alberi!
Quanti cervelli sono impiegati per fare il contrario? cioè per fare in modo che gli oggetti abbiano la massima durata possibile e che siano insensibili a lle mode? quanti economisti invece di inventare nuovi sprechi sono impegnati a trovare sistemi di distribuzione equilibrata della ricchezza che possano abbassare la necessità di produrre (anche l'inutile) solo per avere la propria fetta di pane?

Anonimo ha detto...

D'accordo su tutta la linea, riconosco che il concetto di decrescita da te espresso e' scevro da idealismi o miopi luddismi.
Credo, come te, del resto, che dobbiamo comprare tempo, perche' i cambiamenti necessari lo richiedono.
Il petrolio ci servira' per fare alcune cose, prima tra queste e' alimentare la riconversione: qualsiasi siano le alternative rinnovabili necessitiamo di enormi quantita' di energia per poterle mettere in campo, energie che andranno a sommarsi ai nostri consumi fisiologici, non dimentichiamolo.
Produrre una pala eolica o un campo fotovoltaico richiedono il dispendio di una quantita' di energia che si recupera in 7-10 anni.
La riconversione costera' petrolio, tantissimo.

Ben venga dunque l'aumento del costo del petrolio, impattera' gli sprechi prima ancora delle reali necessita'.

Un saluto,

D-Side.

nonnoenio ha detto...

@ D-Side

Dalle interessanti conversazioni sul nucleare di questo blog, quello che mi pare realmente chiaro è il messaggio di fondo: sulle energie alternative bisogna investire, ne va di mezzo il futuro dell’umanità. Oggi il business energetico rende 10 miliardi di dollari al giorno, più altri 10 miliardi di tasse; ma mentre le altre industrie, da quella dell’automobile a quella informatica, reinvestono in ricerca il 10-15% dei ricavi, l’industria energetica ne reinveste una frazione irrisoria, e così i governi. Se si cambierà rotta, se si investirà, le soluzioni si troveranno. La Silicon Valley, finita l’età d’oro dell’informatica, sta pesantemente reinvestendo,ma ancora quel che conta è il discorso generale, proprio nelle energie alternative. Questo sarà il futuro, e il business, dal quale l’Italia rischia di essere tagliata fuori. Vogliamo tirare una conclusione? Si può ragionevolmente sperare che non faremo la fine degli abitanti dell’isola di Pasqua, la cui economia era basata sull’utilizzo delle palme, che abbatterono fino all’ultima, condannandosi alla miseria e a feroci scontri intestini. Possiamo pensare che noi non ci ammazzeremo tutti per accaparrarci gli ultimi barili di petrolio. Se non altro, la forza dei soldi spinge a trovare delle soluzioni, che dopo tutto non sono così lontane. Sarà molto importante essere della partita, gestire queste nuove tecnologie, non essere costretti ad acquistarle. E l’Italia "partita bene, sta perdendo terreno". A dire il vero, in alcune regioni del nord, con il nascente distretto tecnologico-ambientale, le modalità costruttive in risparmio energetico, le ricerche su fotovoltaico e idrogeno, sembra aver imboccato questa nuovissima strada. Speriamo si prosegua con determinazione altrimenti si dovrà ricorrere pesantemente al nucleare e io mi auguro che queste centrali siano di 4° generazione, quelle al Torio, costruite solo a fini industriali e non a fini militari.

Anonimo ha detto...

@ Enio:

Il problema degli investimenti non e', al solito, quando di parla di energie alternative, di facile risoluzione.
Quando si pensa al controllo delle risorse si pensa in genere alle 7 sorelle, ignorando che se si sommassero le riserve di tutte le compagnie private (tutte, non solo le 7 sorelle), esse controllerebbero meno del 15% del totale delle riserve mondiali.
Il resto e' controllato dalle cosiddette NOC (National Oil Companies), le cui politiche sono controllate dai rispettivi governi.

In pratica dovremmo chiedere all'Arabia Saudita o all'Iran di investire in rinnovabili, dato che la quota delle Oil Companies private e' risibile rispetto al totale del fabbisogno energetico.

Credi davvero che l'Arabia Saudita abbia qualche interesse ad investire in rinnovabili?
In realta' la risposta potrebbe essere sorprendentemente SI, non dimentichiamoci che gli stati petroliferi hanno reinvestito massicciamente i propri proventi per acquistare (letteralmente) pezzi di occidente, aziende, azioni, immobili.

Se l'economia andasse giu' a causa dell'eccessivo aumento del costo del petrolio loro perderebbero una parte consistente delle montagne di soldi investiti oltreoceano.
Fino ad oggi hanno avuto la capacita' di regolare la produzione per mantenere basso il costo del barile, e far dunque ripartire l'economia mondiale durante le fasi di recessione, ma ora sembra che qualcosa stia inaspettatamente cambiando.

L'intera industria petrolifera e' in grave difficolta', a corto di personale con esperienza, manca, in pratica, una generazione (quella persa durante il Burst degli anni '80) e si prevede che da qui a 10 anni andra' in pensione il 50% del personale attualmente in servizio.
E questo mentre i progetti diventano sempre piu' ambiziosi e complessi a causa del progressivo esaurimento delle risorse 'facili'.

Per farla breve, cio' che sta succedendo e' una imprevista incapacita' di rinnovare la produzione, mentre nei maggiori campi petroliferi mondiali e' in atto un declino inarrestabile.

Quello che molti analisti del settore prevedono, e' una spirale inflativa senza precedenti, e le rinnovabili diventeranno con molta probabilita' la nuova bolla speculativa da gonfiare (come Internet nel 2000), dato che saranno le sole risorse accessibili all'industria.

I maggiori gruppi non energetici stanno gia' investendo massicciamente in aziende 'green', i gruppi energetici non ne hanno interesse, dato che i rischi sono enormi.
In altre parole, perche' le Oil Companies dovrebbero abbandonare il loro 'Core Business' (per il quale hanno capacita' e tecnologia) per investire in un segmento ad altissimo rischio nel quale non dispongono di capacita' e know-how?

Ti dico solo una cosa, la famiglia Bush e' tra i maggiori investitori in Biocarburanti.
Strano, in fondo George non ha voluto che gli Usa aderissero al protocollo di Kyoto.

La ragione e' semplice, si preparano per approfittare della bolla, ma sanno che non esiste nessuna tecnologia 'verde' in grado di abbattere sensibilmente le emissioni.

Vi ricordo inoltre che gli ambientalisti del Nord Europa sono contrari proprio ai Biocarburanti, che rischiano di causare deforestazioni massicce in Africa e Sud America.

Una ultima nota sul discorso dell'Idrogeno, chi conosca di energia sa che non e' una fonte energetica ma un mezzo di immagazzinamento, enormemente inefficiente, tra l'altro (il bilancio del suo utilizzo e' pari a -60%, cioe' mettiamo dentro 100 ed otteniamo 40).

Una settimana fa c'era un articolo su Repubblica che parlava del dietro front dei maggiori centri di ricerca sull'Idrogeno, considerato ormai un progetto inattuabile.
In pratica, ormai non ci credono piu' neanche gli stessi ricercatori, sebbene chiunque sappia fare un'ossidoriduzione avrebbe potuto ampiamente prevederlo.

D-Side

Tom P. ha detto...

Condivido quanto detto da D-side. I biocarburanti comportano anche una scandalosa alterazione nei mercati delle risorse alimentari.

Vorrei approfittare della sua competenza di D-side(almeno così mi sembra) per domandargli cosa ne pensa di una prospettiva (ovviamente non vicina) di energia prodotta da centrali a fusione nucleare e poi distribuita anche attraverso l'uso di motori ad idrogeno, sicuramente inefficienti sul piano del bilancio energetico, però puliti e relativamente sicuri.

Anonimo ha detto...

Ti ringrazio per il complimento, non mi ritengo un esperto, ma un semplice appassionato, tuttavia rispondo volentieri alla tua domanda.

La tua intuizione sull'attuazione del binomio 'Fusione Nucleare + Idrogeno' potrebbe essere corretta.
Il primo processo potrebbe rendere disponibili grandi quantita' di energia per alimentare il secondo, sebbene inefficiente.

Come saprai, sul processo di fusione non esistono ancora certezze, anche se e' di pochi giorni fa l'annuncio di un possibile esperimento in grado di dare nuova speranza.
Incredibilmente, in questo campo noi Italiani siamo, una volta tanto, in vantaggio rispetto agli altri paesi, dato che i nostri ricercatori non hanno mai interrotto la ricerca dopo le cocenti delusioni dei primi esperimenti condottti negli USA a fine anni '80.

L'idrogeno, comunque, pone ancora moltissimi problemi di tipo tecnologico e di sicurezza, dato che si tratta di un elemento che va immagazzinato a temperature estremamente basse ed e' estremamente esplosivo.

Senza considerare che, per i problemi sopra esposti, credo sarebbe difficile convincere le popolazioni a convivere con impianti di fusione nucleare e di trattamento e pressurizzazione di idrogeno.

La dipendenza energetica dai paesi produttori di petrolio ci da' un solo vantaggio, non 'vediamo' che una piccola parte delle infrastrutture necessarie al ciclo produttivo, dato che esse sono, per la maggior parte, posizionate altrove.

Quando passeremo ad altre fonti energetiche avremo necessita' di costruire le infrastrutture, ed esse diventeranno impovvisamente 'visibili'.

Saranno sicuramente salubri (o, meglio, non nocive), ma anche le pale al largo di Termoli lo sarebbero state, non dimentichiamolo.

La mia impressione e' che non esistano soluzioni perfette, ma che si debba scegliere il meno peggio, qualunque esso sia.

Spero di sbagliarmi, ma se non sapremo scegliere in modo intelligente, vedo pericolose opportunita' per nuovi governi dittatoriali, chiamati a risolvere emergenze non piu' rinviabili a forza di manganellate e sgomberi forzati.
Scene simili a quelle viste nell'hinterland napoletano sono e saranno sempre piu' frequenti, temo.

Piccole comunita' (nuove citta' stato?) in lotta contro il Governo Centrale, nuove secessioni guidate da capipopolo irresponsabili.

Il nodo dell'energia porta con se' i semi del nostro futuro politico, bisogna favorire lo scambio di informazioni, evitare posizioni preconcette.
La cultura e la tolleranza sono, alla fine, la sola soluzione possibile.

D-Side.

Tom P. ha detto...

@ D-side

Ti ringrazio della puntuale risposta che arricchisce molto discussione.

Sulla "visibilità" degli impianti di estrazione e raffinazione del petrolio, purtroppo cominciamo a vederli (vedi i post raccolti al tag "Eni centro-oli").

Condivido le tue valutazioni sull'impossibilità di avere soluzioni perfette e sui grandi rischi che si possono celare nel "nodo dell'energia" e condivido soprattutto la tua conclusione: La cultura e la tolleranza sono, alla fine, la sola soluzione possibile.

Tom P. ha detto...

Per quelli che pensano alle energie rinnovabili come ingombrante pannello sul tetto di casa per avere un poco di acqua calda consiglio di leggere qui serve solo per avere un idea di che cos'è il progresso per quelli che lo perseguono.

Invece in questo articolo è riportata un'altra dichiarazione di Carlo Rubbia che ci fa capire che il diffuso pessimismo sulle energie rinnovabili è basato su leggende che forse parecchi hanno interesse a diffondere.

Tom P. ha detto...

Oggi sul Blog di Grillo c'è una interssante intervista a Jeremy Rifkin, il quale segnala un altro importante motivo per rifiutare il nucleare:
"il 40% di tutta l'acqua consumata in Francia lo scorso anno, e' servita a raffreddare i reattori nucleari. Il 40%. Vi ricordate tre anni fa, quando molti anziani in Francia morirono durante l'estate perche' l'aria condizionata era scarsa? Quello che non sapete e' che non ci fu abbastanza acqua per raffreddare i reattori nucleari, che dovettero diminuire la loro produzione di elettricita'. Dove pensano di trovare, l'Italia e gli altri Paesi, l'acqua per raffreddare gli impianti se non l'ha trovata la Francia?"

Anonimo ha detto...

lettera aperta al Governo oltre 1300 personalità del mondo scientifico italiano si esprimono sulla politica energetica da seguire. "Nucleare significa non saper guardare lontano"
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Energia nucleare, indietro tutta
In un anno cala di 50 miliardi di kWh la produzione di elettricità mondiale da nucleare,

Qualenergia.it

Tom P. ha detto...

L'11 luglio nella centrale nucleare francese di Tricastin nei pressi di Avignone, c'è stato un riversamento accidentale di acque contenenti uranio nei fiumi circostanti. Ora si chiede alla popolazione di tutta la regione di non bere acqua e di non mangiare pesce, vietando anche di bagnarsi nelle acque contaminate. Nonostante la regolare diffusione della notizia a distanza di una settimana non si registra alcun allarme. La paura dei tempi di Cernobyl sembra finita, non ci chiediamo neanche cosà si farà dei prodotti agricoli provenienti da quella zona.

Contemporaneamente un altro incidente in Svezia, nell'impianto nucleare di Ringhals.
L'incoscienza sta prendendo il sopravvento.

Tom P. ha detto...

A dieci giorni dall'incidente di Tricastin oggi esce la notizia di altre perdite radioattive in un altro impianto nucleare francese della Areva nel dipartimento della Drome.
Intanto si comincia a capire che nella centrale di Tricastin i problemi erano molteplici: emissioni di carbonio 14 e tritium rispetto ai quali non si è fatto niente, elevati livelli di uranio nella falda acquifera, depositi militari con tonnellate di materiale radioattivo privo di protezione e infine il versamento di acque contenenti 12 grammi di uranio per litro nei fiumi affluenti del Rodano. [notizie tratte dal portale Libero.it]

Forse sono i francesi che devono riflettere meglio sulla loro politica energetica, non noi italiani.

Anonimo ha detto...

Parigi, 23 luglio 2008 - nuovo allarme oggi nella centrale nucleare di Tricastin, circa 200 chilometri dall'Italia: un centinaio dipendenti sono stati "leggermente contaminati" dalla fuoriuscita di radio-elementi da una tubatura durante un'operazione di manutenzione.

Tanto per confermare quello che si diceva.