05 marzo 2010

La fiera delle facce

Gli spazi elettorali non sono stati ancora assegnati, ma la gara delle facce è già cominciata. Quale sarà la faccia più convincente, il sorriso più accattivante, lo sguardo più acchiappavoti?


Si accettano scommesse: prenderà più voti il guardiano del campanile, cioè quel signore che anticipa tutti con la sua gigantografia che lo ritrae davanti al campanile di San Giustino, oppure l'uomo che non deve chiedere mai, il bello senza slogan, perfetto fotomodello dallo sguardo truce e dalla camicia immacolata?

Nella fiera dei faccioni elettorali qualcuno ci vede un inutile spreco o un modo per infrangere le regole, per altri è la prova del narcisismo latente in molti aspiranti politici, per me è un'occasione di gioco: mi consente di guardare il panorama urbano della città con lo stupore che dovevano avere i marinai che scoprirono nel giorno di Pasqua l'isola delle grandi teste. Mistero di volti muti che guardano.

La pubblica esposizione di facce private rompe, per qualche settimana, la cappa angosciante e proibizionista della 'privacy'. La fiera elettorale delle facce dovrebbe essere un naturale richiamo per la satira, la burla, la canzonatura, ma questo non succede. I cittadini addomesticati dal sacro dogma della "privacy" (privatizzati o privacizzati?) restano inebetiti davanti alle facce.

C'era una volta un mondo diverso. Alcune bellissime vignette conservate nella Biblioteca "De Meis" sono state raccolte in un volume curato da Ugo De Luca, già direttore della biblioteca, insieme alla professoressa Maria Rosaria Grazioso. Ci mostrano una vivace cultura teatina che si esprimeva anche nella satira. Vignette e filastrocche che risalgono all'epoca umbertina. Nel castigato mondo borghese c'era la libertà di stampa e Chieti sapeva usarla anche per ridere di se stessa e dei propri rappresentanti politici.


I giornali che pubblicavano le caricature dei notabili si chiamavano "Il Fezio", "La Scopa", "Lu Lucecappelle", "La Mosche", "Lu Rapelazze". Matite impietose di abili disegnatori ingigantivano i difetti dei signori e trasformavano la retorica politica in un gioco di pupazzetti e di "fezierie". Finché l'onda stupida e feroce che arrivò dopo la Grande Guerra mise il bavaglio ad ogni barlume di intelligenza. Nessuno poteva farsi beffe delle parate militaresche con fez e camicia nera, sarebbe stato troppo facile. Col bavaglio alla satira e il confino della politica fu possibile preparare gli italiani alla più sciagurata e sanguinosa di tutte le guerre.

Ora viviamo una strana epoca, consumistica e cialtrona, dominata da un ricco barzellettiere che vieta ai giornalisti di parlare seriamente di politica. La politica seria è roba da comici. La TV chiude la porta a ogni discussione politica per l'intera campagna elettorale: un vero paradosso, un nuovo tabù ovvero nuova pornografia. Non sta bene parlare di escort, di trans e di massaggiatrici mentre i cittadini ci ascoltano. Solo nei covi dei carbonari (ma dove sono?) si riesce a parlare di politica, di regole condivise, di leggi leggibili, di giustizia e di libertà. Nelle sedi di partito non si può fare, non c'è tempo, probabilmente ci sono soltanto fotografi e truccatrici.

Qualche manifesto apparso recentemente sui muri di Chieti ha cercato di scherzare, pupazzettando sindaco e assessori, oppure giocando alle "tre carte" con i vecchi prestigiatori della politica teatina. Niente rispetto a quello che abbiamo letto e visto oggi sui giornali. Una storia che sorpassa ogni umoristica fantasia: la scoperta del deposito segreto del dottor Angelini. Era tanto segreto che per trovarlo è stato necessario scendere fino al piano terra, dove stanno i garages di casa sua. Il tesoro era sfuggito alle indagini patrimoniali benché le serrande dei garage occupano un intero tratto della strada. Locali strapieni di roba come il deposito di Paperon de Paperoni. I camion arrivati nottetempo per trafugare le mercanzie hanno svegliato i condomini. Nel gran fracasso Qui, Quo e Qua hanno riconosciuto le caratteristiche mascherine della Banda Bassotti sul volto degli autisti e hanno avvisato il commissario Basettoni.

La foto davanti al camion sembra la caricatura di Pietro Gambadilegno. Dice che lui non sapeva di commettere un reato e forse non si può nemmeno dargli torto. Nessuno gli ha mai contestato nulla mentre accumulava i suoi tesori e adesso scoppia uno scandalo per un semplice trasloco!

Tutto così assurdo che non s'è neanche incavolato per il solito casino combinato dai maldestri Bassotti.

Ormai parla di lui anche la stampa nazionale. L'Espresso del 18 febbraio racconta, con un certo stupore, dei medici e degli infermieri che non prendono lo stipendio da mesi restando "stretti attorno al padrone" che non li paga. Il padrone, affondato negli oltre 800 milioni di euro di debiti, vuole ancora soldi pubblici, dalla Regione, dal Comune, dallo Stato, da chiunque tranne che da se stesso. Ad attingere al proprio deposito non ci pensa nemmeno, c'è una sorta di "privacy" anche qui. I dipendenti li comanda lui ma li deve pagare qualcun altro.

Nessuno ha raccontato alla giornalista dell'Espresso la storia dei dipinti (e del favoloso Tintoretto da 50 milioni di euro), dei tappeti pregiati, mobili d'antiquariato e altri oggetti preziosi che ora saltano fuori dall'immenso garage. Chissà che non ci siano anche i puff imbottiti di gioielli come nella vecchia Sanitopoli dei coniugi Poggiolini. L'Espresso parla di due cliniche psichiatriche, quelle di cui era stata ordinata la chiusura, e non coglie le reali dimensioni del Gruppo Angelini, non racconta che in Abruzzo la sanità rappresenta quasi tutto il bilancio (passivo) regionale e che l'uomo con "l'immancabile jeans sdrucito" è stato per anni il burattinaio di tutta la politica locale. A Chieti queste cose si sanno, ma resta più comodo invocare la Regione o un altro Pantalone che intervenga a salvare la situazione, a rinnovare i contratti e ripianare i debiti mentre il dottor Angelini "trasloca", si prende una vacanza e magari poi lo rivedremo tra qualche anno, quando verrà a raccontarci una nuova favoletta del bravo imprenditore e dei servizi pubblici che non funzionano.

Ora, se ci fosse ancora "Il Fezio", si potrebbe ridere un po' di tutto questo. Invece si ride poco. Si ridacchia un po' alla Corte Costituzionale leggendo le nostre leggi antipetrolio. Se ci fosse ancora "La Mosche" e "Lu Rapelazze" si potrebbe confezionare qualche filastrocca sull'acqua privatizzata (se la compra Angelini?), sui mostri marini che appaiono davanti alle spiagge, oppure si potrebbe scherzare degli scavi sotto il Lago di Bomba (se ne parla anche qui) oppure degli elettrodotti che attraverseranno Chieti per collegare Gissi al Montenegro... No, no, non sto scherzando! sto solo immaginando che scherzandoci sopra la gente potrebbe ridere, ma poi potrebbe anche capire qualcosa, sì anche qui, nel Paese della Camomilla.

Si potrebbe ridere un po' anche delle liste elettorali, quelle sbagliate, quelle presentate fuori orario, quelle scambiate col menù della trattoria, capolista un antipasto di gamberetti. Ma siccome il popolo bue ha il sacrosanto diritto di votare, presto ci sarà un provvedimento d'urgenza della Protezione Civile in rettifica dei dati anagrafici e poi tutti i giornalisti saranno invitati alla conferenza stampa del signor Antipasto Gamberetti, vincitore designato nel listino regolarmente presentato. Non sappiamo ancora se sarà varato anche un decreto che stabilisce l'ineleggibilità dei cittadini che conoscono l'uso dell'orologio e sanno contare una lista di oltre cinquanta firme. Il solito giustizialista molisano per provocare gli avversari voleva candidare un professore di matematica con l'hobby dell'orologeria. Bisogna impedirlo perché la presenza del professore con l'orologio al polso violerebbe la necessaria par condicio: i cittadini devono scegliere i loro rappresentanti tra persone di pari imbecillità ed ignoranza, altrimenti non vale. Riuscite ad immaginare voi una democrazia senza par condicio?


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