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29 marzo 2007

Morire per caso

Io non ho conosciuto Antonella, ma so che era bella, era una brava ragazza di buona famiglia, aveva un lavoro normale e conduceva una vita normale. Dicono anche che era una ragazza solare, senza problemi.

Antonella non c'è più. E' morta dopo un incontro, un breve incontro, con una polverina bianca. Una che la presentano come un'amica, una cosa che fa chic perché non è roba per sfigati e drogati, è roba da ricchi, da dritti, la usano i personaggi di successo, quelli arrivati.

La polverina che qualcuno ha presentato ad Antonella non era robaccia tagliata da qualche maldestro spacciatore, era sostanza pura, proprio quella da gran signori. Rifiutare sarebbe stato un peccato, una sciocchezza da puritani, da moralisti bigotti, sarebbe stato come rifiutare l'occasione di una festa in casa di vip. Infatti dicono che la cocaina sia un vezzo ammesso anche in casa Agnelli. Si dice che sia ormai un vizio diffuso e quindi nient'altro che una piccola trasgressione. Una trasgressione che tutti sono pronti a perdonare e anche a premiare come è successo alla famosa modella che ora è ancor più famosa.

La polverina era pura, era buona, eccitante, fino al cardiopalmo e così anche il cuore di Antonella ha pulsato ad un ritmo pirotecnico e poi, dopo l'ultimo botto, s'è fermato. La cocaina uccide.

La cocaina gira insospettabile tra le persone più insospettabili. Gira anche a Chieti, che era la città della sicuramente innoqua camomilla. Forse per qualcuno la cocaina è l'antidoto della camomilla. E non è difficile immaginare i suoi prossimi incontri e quello che diranno alle prossime vittime. Diranno che no, non è pericolosa; diranno che quella era solo una drogata, una che chissà che porcheria s'era fatta, chissà quanto aveva esagerato. Con quella buona non c'è rischio e poi ormai lo fan tutti. E per i tanti che a queste cose ci credono, non ci sarà Antonella a spiegare quello che lei ora sa.

Antonella Rosati

Segnalatori di parcheggio

Il cartello di benvenuto non c'è più, però c'è un utilissimo segnalatore dei parcheggi.

Segnalare la disponibilità dei parcheggi già all'accesso della città (un cartello simile è posizionato nei pressi del Theate Center per chi proviene dalla via Tiburtina) è sicuramente una buona idea. Peccato che il sistema di segnalazione non è ancora in funzione. Peccato che il forestiero non ha altre indicazioni per raggiungere l'eventuale parcheggio libero. Ma soprattutto mi semba sbagliata la posizione: mettere il segnalatore nel punto di confluenza di due strade, dove nessuno dovrebbe distogliere l'attenzione dal movimento delle altre auto, è fonte sicura di pericoli.

27 marzo 2007

Città d'arte e di cultura

Il grande cartello di benvenuto all'ingresso della città è scomparso. Chissà se è stato rimosso solo temporaneamente, magari per consentire la realizzazione di una rotatoria che potrebbe far scorrere meglio il traffico in quel raccordo tra la via di Fondovalle e la Transcollinare. Il cartello era ormai ricoperto di altre piccole insegne pubblicitarie e forse lo rivedremo rimesso a nuovo.

Adesso è rimasto solo l'altro cartello, ancor più pacchiano, che sta sulla rotatoria di via Picena, quello con la scritta Chefren. Chi è Chefren? che cosa c'entra con Chieti? L'unico Chefren che viene segnalato da Google nella nostra zona è il nome di una ditta che produce il "Viagra d'Abruzzo", cioè peperoncino afrodisiaco. Forse i due guerrieri, un po' avanti con gli anni, hanno bisogno di un piccolo rinforzo.

Difficile pensare al Chefren egizio, figlio di Cheope e costruttore di una delle grandi piramidi, ma tutto è possibile in una città che ha fatto di un antico eroe omerico il suo simbolo. Cosa c'entra Achille con Chieti? Ah sì, Achille, figlio di quella Theti da cui la città prendeva il suo antico nome, ma perché scegliere il figlio e non la madre? Theti oltre che madre del guerriero fu la più bella delle Nereidi, le numerose figlie del nume che dimorava nei fondali del mare Egeo. Una ninfa dunque, una ninfa marina con le chiome ornate di perle, capace di mille trasformazioni, così bella da far perdere la testa agli dèi. Se ne innamorarono Zeus e Poseidon, il dio del cielo e il dio del mare, che la guardavano giocare tra le onde cavalcando i delfini.

L'immagine di Theti sarebbe stata meravigliosa, ma una ninfa marina non c'entra niente con Chieti e perciò nessuno ha mai osato appropriarsene e magari immaginare che il suo fastoso matrimonio con Peleo, re di Ftia, si sia celebrato nell'ara sacra della Civitella. Chieti ha ripudiato Theti e ha preferito adottare suo figlio come simbolo guerriero della città a ricordo della bellicosità con cui i Marrucini opposero resistenza ai romani.

L'altro guerriero è un'altra storia: è una statua realizzata dai piceni in onore del re Nevio Pompuledio e viene dalla piana di Capestrano, terra dei Vestini. Anche lui non c'entra niente con Chieti e con i Marrucini.

Chieti è una città che ama ornarsi di glorie altrui. Chieti ama definirsi centro d'arte e di cultura, ma di quale arte e di quale cultura non s'è mai precisato, perché sarebbe piuttosto difficile trovare nel passato di Chieti un grande pittore, un grande musicista, un grande poeta, un grande commediografo. Non c'è un Ovidio tra i suoi padri e nemmeno un d'Annunzio, un Michetti, un Cascella, un Tosti, un Rossetti, un Modesto Della Porta o un Ennio Flaiano. Chieti non può vantarsi neanche della fama di qualche figlio esule come potrebbe essere un John Fante o un Rocky Marciano. E nulla viene dedicato a quegli uomini di cultura che qui ebbero i loro natali (Ferdinando Galiani, Nicoletto Vernia ed altri) e solo per volontà del nuovo arcivescovo, il napoletano Bruno Forte, abbiamo riscoperto Alessandro Valignano.

Ma Chieti potrebbe meritare comunque l'appellativo di città d'Arte e di Cultura se solo fosse capace di dare ospitalità come ha saputo ospitare nello splendido museo di Villa Frigerji il Guerriero di Capestrano. Per far questo dovrebbe aprirsi, dovrebbe accogliere artisti e promuovere incontri.
Nelle rare occasioni in cui ha saputo farlo (penso alle settimane mozartiane e alla performance del Living Theatre a piazza Vico) il successo s'è visto e molti sono venuti da fuori a godersi la magia di quelle serate.

Allora lasciamo perdere i cartelloni con veri o falsi guerrieri e facciamo in modo che l'anfiteatro della Civitella, il teatro romano, le terme, i tempietti, i giardini della Villa diventino spazi utilizzabili per incontri d'arte e di cultura. Proviamo ad affidare la gestione del Marruccino, del Supercinema, dell'ex Garden e dell'ex Eden a persone che abbiano un grande credito nazionale e internazionale in modo da fare anche qui quello che Gian Carlo Menotti ha fatto a Spoleto.

Actea, Cimotoe, Galatea, Panopea, Laomedea, Aretusa... chiamiamo a raccolta le tante sorelle di Theti dalle diverse sponde del mediterraneo: non solo gli atleti che verranno per i giochi del 2009 e i musicisti che torneranno per il Chieti Festival, ma anche i cultori di altre muse e gli innamorati di altre ninfe, tutti qui, nella città fondata per la bella Theti.
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24 marzo 2007

Giornate e convegni sull'acqua

Tanti convegni, tante pagine di giornale e tante discussioni sull'acqua. Un problema che finora non toccava noi abruzzesi, beneficiati da un'abbondanza di acque naturali incontaminate, tanto che l'antico lago del Fucino abbiamo preferito prosciugarlo, tanto da poterne generosamente offrire alla Puglia e da poterla usare per far funzionare gli impianti idroelettrici.

Adesso le cose stanno cambiando. Adesso anche a Chieti la sera si resta con i rubinetti asciutti. Adesso si scoprono le discariche più nocive accanto ai fiumi, ci si allarma per i misteriosi laboratori del Gran Sasso che rilasciano veleni nelle condutture e, proprio in questi giorni, ci dicono che anche le falde sono fortemente inquinate. Cosa diventerà l'Abruzzo se non riuscirà a salvaguardare le sue risorse ambientali?

Ma servono a qualcosa i convegni sull'acqua? qualcuno ci darà mai una risposta alla domanda che viene posta ossessivamente negli ultimi anni: l'acqua è una merce oppure è un bene pubblico?
La risposta la conosciamo benissimo, l'abbiamo sempre saputo che l'acqua è un bene pubblico perché, come dice Beppe Grillo "l’acqua è pioggia e l’umanità non ha mai pagato la pioggia".
Ma allora perché ce lo domandano, perché si convocano 'esperti' a parlare di questa cosa così banale? forse stiamo cercando una risposta diversa, una formula semantica che possa accontentare tutti e nello tempo possa permettere di fare qualcosa che finora nessuno aveva mai osato fare. Così ci sentiamo dire che l'acqua resta bene pubblico anche quando gli acquedotti sono affidati alle "efficienti" gestioni private, che poi non sono proprio private perché i soldi li chiederanno sempre agli enti pubblici e ai cittadini pagatori di bollette. Rubando un'altra frase a Beppe Grillo "quando si inserisce una spa a gestire un bene pubblico, scompaiono i cittadini".

Proprio in questi giorni, mentre nelle conferenze ci parlavano delle drammatiche situazioni del terzo mondo e dell'importanza di risparmiare acqua, in televisione ho visto un programma dedicato alla gastronomia in cui una nuova specie di sommelier faceva assaggi dei diversi tipi di acque per esercitarsi ad associarle con i cibi serviti in tavola. Ma allora mi chiedo: dobbiamo risparmiare acqua per poterne regalare una parte a chi non he ha, oppure dobbiamo regalarla ai mercanti, agli imbottigliatori, che torneranno a vendercela col valore aggiunto di eleganti e preziose etichette?

Mi piacerebbe che qualcuno potesse recuperare una vecchia parola caduta in disuso: "nazionalizzazione". Nazionalizzazione delle acque e della distribuzione dell'acqua con controlli pubblici affidati ad uno speciale Tribunale delle Acque, che esiste già ovviamente, ma tutti fanno finta di non saperlo. E quindi ritorno ad una proposta che avevo già formulato: a Chieti si può fare qualcosa? si può progettare un rifacimento delle condutture a partire dal serbatoio della Civitella? si può dare lavoro alle imprese per fare qualcosa che non sia cementificazione del territorio e inutile trastullo di progettini? si può investire denaro pubblico per qualcosa che non sia puro intrattenimento? si può agire politicamente per la qualità dei beni pubblici essenziali?

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Quella della foto è la vecchia fontanella di Largo Cremonesi. Prima dei restauri fatti dall'amministrazione Cucullo era collocata in una zona centrale, lungo i gradini, come in molti spazi pubblici dei borghi abruzzesi. Adesso ce n'è una nuova relegata in un angolo.

19 marzo 2007

Progettini

1) in questi giorni ho incontrato un giovane che si è laureato recentemente:

- Salve dottore, come stai?
- Benone.
- Allora hai trovato qualche occupazione? lavori da queste parti?
- No, cioè, ehm... cose così, progettini...
- Come? progettini? ah sì, capisco.

In Italia non c'è solo la fuga dei cervelli, ci sono anche i cervelli messi nel bagnomaria dei progettini. I progettini sono i soldi pubblici destinati a favorire l'inserimento dei giovani nel mondo produttivo. Uno scopo così meritorio che nessuno potrebbe opporsi alla loro approvazione.

Se il giovane è ingenuo e prende la cosa sul serio, cioè se crede davvero di dover progettare qualcosa, può diventare pericoloso perché va ad intralciare quelli che le cose le stanno già facendo, a modo loro e senza nessuna intenzione di farsi riprogettare dal pivellino appena arrivato. Se il giovane è intelligente capisce subito che il suo compito è quello di riempire fogli di parole, di grafici, di statistiche, ecc. per avere il suo piccolo compenso senza meravigliarsi di vedere il suo lavoro destinato a qualche archivio dove nessuno lo andrà mai più a cercare.

Siccome il lavoro vero non c'è bisogna accontentarsi di lavorare per finta partecipando ai progettini. Ma i progettini non vengono dal nulla, bisogna idearli, prepararli, valutarli, inserirli nel giusto contesto... ci vogliono pareri, consulenze, approvazioni, ecc. I progettini costano molti soldi per pagare gli esperti, le consulenze, le commissioni, i sistemi di valutazione... I soldi che restano si spendono per realizzare reti e connesioni tra i diversi progetti, poi ci sono le presentazioni, i centri di informazione e di orientamento... Per i veri posti di lavoro non resta niente. Non deve restare niente, perché come ci potrebbe spiegare qualunque politico di destra (la destra non è più fascista o nazionalista, la destra è liberale) oppure qualunque politico di sinistra (la sinistra non è più comunista o socialista, salvo rare eccezioni la sinistra è tutta liberale) non è lo Stato che deve costruire posti di lavoro, lo Stato può solo stimolare e favorire le condizioni per lo sviluppo, ma i veri attori dell'economia sono le imprese private. Sono loro che dovranno assumere questi giovani che dopo lo studio hanno anche svolto attività formative di stage e tirocinio, e hanno un bel curriculum di tanti progettini.

2) in questi giorni ho incontrato anche un altro giovane che si è laureato pochi anni fa:

- Salve come va?
- Bene, grazie.
- E' da un po' che non ti vedevo, lavori fuori?
- Sì, sono stato alcuni mesi in Inghilterra con una borsa di studio e poi ho fatto uno stage in una grande agenzia milanese.
- Ah, bene, sarà stata un'esperienza interessante.
- Sì, molto. Ho imparato molte cose. Ho lavorato con sistemi che qui, da noi, quasi non esistono, metodi e tecnologie innovative. Una bella esperienza.
- Solo bella o anche spendibile?
- Spendibile certo: un curriculum con attestati di merito per attività di quel tipo dovrebbe avere un buon valore. Dico dovrebbe perché poi delle agenzie abruzzesi a cui ho inviato il mio curriculum, nemmeno una...
- Che vuol dire nemmeno una?
- Che non mi hanno chiamato nemmeno per un colloquio, non ho avuto modo di mostrare a nessuno le cose che ho imparato.
- Imprese private, giusto?
- Certo: imprese private.
- Quelli sì che hanno capito l'economia, lo sviluppo, il potenziale delle idee e delle nuove tecnologie... gli imprenditori sono i veri attori dell'economia.
- Che mi prendi in giro?
- No, scusa, stavo scherzando. Dicevo così perché conosco alcuni che ci credono a questa cosa dei privati e delle privatizzazioni: lo Stato che riduce le tasse, che offre contributi alle imprese, così crea le condizioni e loro, gli imprenditori, fanno, producono, promuovono il merito.
- sì, ci crederei anch'io se mi potessi, diciamo così, privatizzare qualcosa. Mi troverei un sacco di meriti da promuovere. No, ho capito che solo i cinesi producono, ma non hanno nessun merito e non sono nemmeno imprenditori, sono solo schiavi. Producono però. Tutte le cose che servono le fanno loro.
- Le cose concrete, ma noi facciamo i progettini.
- Eh sì, i progettini.

15 marzo 2007

La chimica nostrana


Eravamo tutti convinti di vivere in un posto pulito. Un Abruzzo a bassa densità abitativa, con poche industrie e poco lavoro. Un angolino di mondo dove il grande sviluppo economico non è mai arrivato e perciò è stato risparmiato dalle nubi tossiche, dalle centrali nucleari, dalle basi missilistiche e dalle devastazioni ambientali. E adesso scopriamo di vivere sull'orlo della più grande discarica chimica d'Europa.

Davanti agli stabilimenti di Bussi qualcuno per decenni è andato a interrare cloroformio, tetracloruro di carbonio, esacloroetano, percloroetilene, esaclorobutadiene, pentaclorobutadiene, tetracloretano, composti organici clorurati, composti organici alogenati, idrocarburi policiclici aromatici, metalli pesanti, idrocarburi paraffinici, tricloroetilene, tetracloretilene, triclorobenzene... 38.000 metri quadrati impestati fino a sei-sette metri di profondità di liquami tossici che negli anni si sono in parte cristallizzati e in parte dispersi nel fiume che scorre accanto alla discarica.

Nessuno ne sapeva nulla? nessuno si era mai accorto di niente? pare di no, anche se io ricordo uno strano 1978, un periodo in cui tante persone raccontavano di avvistamenti ufo, di astronavi aliene che bazzicavano tra la Majella e la Val Pescara. Non ci ho mai creduto, invece forse era vero, forse avevano sentito una strana puzza ed erano venuti a vedere cosa succedeva nel nostro angolino verde.

Lo so, è difficile sdrammatizzare in questi casi. Chissà se questa grave e brutta notizia potrà svegliare le nostre coscienze e aiutarci a riflettere meglio sui nostri stili di vita, e anche sui laboratori realizzati sotto il Gran Sasso e sui sospetti che da anni circolano nell'area di Rapino. Chissà se questo choc potrà aiutarci a capire che, se vogliamo vivere in un posto pulito, dobbiamo essere noi a renderlo pulito: dobbiamo vigilare, dobbiamo intervenire, dobbiamo imporre regole locali e istituire controlli speciali.

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Aggiungo un link ad un articolo ben documentato del quotidiano PrimaDaNoi

11 marzo 2007

Il pasticciaccio del Teatro Marrucino

Eravamo tutti convinti che il Teatro Marrucino fosse il gioiello di Chieti e adesso scopriamo che è una barca affondata nei debiti.

Le polemiche vanno avanti da mesi e quello che ora si legge sui giornali fa pensare ad un ente che gestiva milioni di euro l'anno senza un adeguato controllo dei conti. Già nel 2005 il debito superava il milione di euro. Non c'era un inventario dei beni e non c'era un bilancio economico, quindi si gestivano importanti e costose attività alla carlona, come potrebbe fare una massaia poco accorta. Forse si confidava nella bontà del vecchio sindaco, sempre pronto a tuonare e invocare stanziamenti aggiuntivi ogni volta che il teatro si trovava in difficoltà. Ma probabilmente è vero quello che afferma l'ex commissario Bigi, cioè che anche senza bilancio e senza inventario le cose erano comunque sotto controllo e che il debito dichiarato al momento del passaggio di consegne (€ 1.250.000) era ancora gestibile mantenendo un rigoroso controllo delle spese. Davvero quel debito è poi esploso nel giro di 6 o 8 mesi? e a quanto è arrivato adesso?

Purtroppo non c'è solo il debito da ripianare, ma anche un groviglio amministrativo fatto di molti organi in conflitto tra loro, fino al ridicolo delle dimissioni del presidente prima richieste e poi rifiutate dal CDA. L'impressione è quella di uno stato confusionale che non promette niente di buono, ed è un'impressione che qui avevo già segnalato nel periodo in cui la gente attendeva la riapertura della stagione teatrale.

La pletora di amministratori (presidente, direttore generale, CdA, delegato municipale, assessore, revisori contabili...) generata dallo statuto non aiuta ad risolvere i problemi, ma non si capisce nemmeno se una deputazione teatrale, che non ha i connotati di Azienda Speciale, possa agire sulla base di un proprio statuto. Un vero pasticcio!

Ora ci dicono che lo statuto sarà modificato e che si rinuncerà alle assunzioni per chiamata diretta. Ma ci voleva questo scandalo per capire che un ente pubblico non è un'azienda privata e che non può concedersi il lusso e il potere di far assumere personale a capriccio del dirigente di turno? la Costituzione impone la regola del concorso per accedere ai pubblici impieghi, una regola sacrosanta che viene spesso elusa mascherando le strutture pubbliche sotto altre forme di società o di fondazione, ma nessuno avrebbe mai potuto immaginare di vederla così apertamente tradita. Quella clausola della chiamata diretta è una vergogna che resterà segnata sulla fedina politica di un'amministrazione che aveva promesso correttezza e trasparenza.

In questi ultimi giorni abbiamo anche letto le dichiarazioni di Tony Pancella, pianista di fama internazionale e art director del Festival Chieti, e le sue lamentele non possono essere ascritte alla vecchia gestione del Teatro e nemmeno ad una sua avversione politica per gli attuali amministratori.
Il Festival Chieti di cui non era difficile cogliere le potenzialità, è stato un altro gioiello buttato alle ortiche, una grande occasione mancata.

Forse nelle recenti vicende del Teatro la mancanza di una regolare contabilità e l'esistenza di un grave indebitamento pregresso hanno avuto il loro peso, ma nessuno può negare che l'amministrazione Bigi ha dato lustro al nostro teatro e nessuno può credere che dopo Bigi c'è stata solo una mancata percezione dei problemi. Gli attuali organi di gestione del teatro se non hanno dato causa ai problemi li hanno sicuramente mal gestiti e aggravati con grave danno d'immagine e quindi dovrebbero dimettersi subito, tutti in blocco, anche se tra loro c'è chi non ha colpe. Sarà la Corte dei Conti a valutare le colpe. Il Comune deve assicurare la corretta gestione del Teatro e per farlo dovrebbe cancellare quello statuto che insieme allo scandalo ha creato tanta confusione.

Se l'intenzione è quella di facilitare la transizione verso una fondazione, il primo passo da compiere non è uno statuto, ma è la ricognizione dello stato patrimoniale, dell'organico e dei rapporti di lavoro delle maestranze. Un compito che può essere svolto da un commissario straordinario di comprovata esperienza.

Continuare a pasticciare nel pasticcio non conviene a nessuno, né al Teatro, né alla città e nemmeno a chi sperava di trovarci un'opportunità.

09 marzo 2007

Immobili pubblici in vendita

La Regione Abruzzo ha reso noto un piano di vendite di immobili per risanare il deficit della sanità. Secondo le notizie riportate dal Centro a Chieti saranno posti in vendita il San Camillo, l'ex Pediatrico e l'ex inam.
Questa notizia da una parte è la conferma che, per quanto sia depressa l'attuale situazione, è questo il momento migliore per ridisegnare in modo funzionale la città attraverso l'uso dei suoi edifici pubblici; d'altra parte però queste scelte precludono la possibilità di guardare ad un riutilizzo dell'ex Ospedale civile come sede del Tribunale, esso infatti resterebbe ad uso sanitario.

Io credo che prima di procedere a queste importanti vendite e acquisizioni, sarebbe bene organizzare un convegno e portare in discussione i diversi progetti possibili.

Qualcuno ha proposto di dislocare una facoltà universitaria nell'attuale San Camillo, ma a quali disagi andrebbero incontro gli studenti per raggiungere quella sede? Non sarebbe meglio destinare il San Camillo a casa per anziani? non perchè li si voglia emarginare, ma semplicemente perché gli anziani si adatterebbero più dei giovani ad una mobilità verso la città gestita con una navetta.
Gli studenti potrebbero apprezzare la vita nella città alta solo riuscendo a muoversi a piedi. Gli anziani invece potrebbero godere della tranquillità di un posto isolato e anche di un servizio di trasporto che potrebbe accompagnarli comodamente in centro.

E' un'idea, e forse ce ne sono di migliori, ma parliamone, non lasciamo che ogni ente si muova per conto proprio, preoccupato solo del proprio immediato tornaconto. Così la città rischia di essere stravolta da cambiamenti spontanei privi di qualunque logica. La città ha bisogno di una guida e, se chi la amministra non sa o non vuole tracciare un possibile disegno, si apra al confronto, si faccia una conferenza e si faccia in modo che i diversi enti, i dirigenti della Regione, della Difesa, della Giustizia, dell'Università, delle Finanze, ecc. possano concordare le loro mosse.

07 marzo 2007

Le scritte vergognose aumentano

Un frequentatore di questo blog ci ha segnalato il significato delle scritte recentemente comparse in città: "al cops are bastards" che non sarebbe diverso da altre già viste se non per quel -1 che la precipita al più infimo livello immaginabile di stupidità e immoralità.

Nelle mie intenzioni questo blog avrebbe dovuto lanciare alcuni spunti di riflessione sulle cose che potrebbero migliorare nella nostra città e non vorrei quindi soffermarmi più di tanto sulle tracce di balordi imbrattamuri.

Però, quanto al blog, sto perdendo fiducia nella mia idea iniziale, cioè nella possibilità che i piccoli suggerimenti pubblicati qui possano arricchirsi di altri contributi e di altre segnalazioni e che, tra critiche e aggiunte, le piccole idee possano crescere fino a diventare vere proposte e arrivare anche agli amministratori della città. Finora questo non è avvenuto, nel senso che le discussioni non hanno dato corpo alle proposte e l'unica cosa positiva è che alcuni piccoli problemi hanno fortunatamente trovato soluzione da sé (per esempio il parcheggio del Teate Center).

Il blog però mi ha fatto scoprire una cosa che non sapevo, che questa città della camomilla sotto la sua calma apparente cova un rancore represso. Infatti sono molti i commenti che esprimono rabbia verso il Palazzo e pochi quelli che esprimono una voglia di fare concretamente qualcosa.

Il rancore è la nota prevalente anche in altri siti e finisce per essere il segno più evidente di Chieti sulla rete. In qualche sito ho trovato perfino lamentele per il mercato della verdura che alla fine del mercato lascia sulla piazza tracce di verdura, incredibile! Le poche iniziative di segno diverso (come il Piccolo di Chieti) stentano a trovare terreno e inaridiscono rapidamente, vittime di un effetto camomilla, se non si emancipano allargando la loro base.

Poi guardo la città e non riesco a capire se la frustrazione è realmente diffusa tra la gente o se internet diventa una facile valvola di sfogo per pochi arrabbiati, ma vedo che nei blog ricorre spesso il richiamo a Teate e alla "teatinità", come se un'impennata d'orgoglio potesse risolvere qualcosa, come se della città attuale si volesse cancellare anche il nome per riesumarne uno più antico. Ma questa "teatinità", mi chiedo, è un amor patrio che può abbinarsi ad una matura coscienza civile oppure è un sentimento oscuro che si mescola al sapore razzista e fascista delle scritte che imbrattano i muri e non si arresta nemmeno davanti alla raccapricciante idea di esultare per la morte inflitta ad un generoso tutore dell'ordine, come ci mostra quell'orribile -1 che per fortuna molti leggeranno senza capire?

06 marzo 2007

La Legge che non si legge

Il nostro Consiglio Provinciale ha approvato una mozione per chiedere la pubblicazione gratuita del BURA (Bollettino Ufficiale Regione Abruzzo) su internet. Sono lieto che qualcuno si sia reso conto dell'assurdità che qui avevo segnalato nel post del 5 gennaio.

La situazione è assurda perché il bollettino veniva inviato gratis quando la pubblicazione era di carta, con tutti i suoi costi di stampa e di spedizione, e ora che può andare su internet senza alcuna spesa i cittadini, che già pagano fior di denaro per le indennità dei rappresentanti politici regionali, dovrebbero pagare anche un abbonamento per leggere gli atti legislativi che ogni cittadino ha l'onere di conoscere.

Spero che alla Regione provvedano rapidamente ad abolire questo balzello che in linea di principio è molto più grave dei famigerati tickets.

Vorrei che qualcuno si accorgesse anche della Gazzetta Ufficiale, che su internet per fortuna c'è, ma solo per 90 giorni. Per quale ragione l'archivio delle Gazzette precedenti non è accessibile? Le leggi della Repubblica Italiana devono essere pubbliche e gratuitamente disponibili! Prima c'erano i costi della carta, ora nulla può giustificare queste barriere informatiche alla conoscenza della legge.

01 marzo 2007

Una piazza con la città intorno

Sul quotiano IL CENTRO molto spazio è dedicato a Piazza San Giustino, giustamente indicata con questo nome perché a chiamarla piazza Vittorio Emanuele molti ne sarebbero disorientati.

Il giornale parla della piazza a causa di una indecorosa e trascurabile vicenda che ricorda quei vecchi film in cui il talento di Alberto Sordi e di Aldo Fabrizi, nei panni del vigile urbano o del solerte maresciallo, s'invischiava nel contrasto tra senso del dovere e ossequio al potere. Stendiamoci un velo pietoso sperando che, se davvero vogliamo evitare di soffocare la città con le nostre auto, il buon esempio parta anche dai nostri amministratori.

Nel giornale si parla di Piazza San Giustino anche per un più serio motivo, quello di eliminare il parcheggio e ridare vivibilità alla piazza. A tal riguardo l'assessore ai lavori pubblici, Luigi Febo, dichiara che è già pronto un concorso di idee per trovare la miglior soluzione. Il concorso sarà pubblicizzato su internet e sulle riviste di architettura e designer. Sarà premiato il migliore progetto e sono già stati stanziati 800.000 euro per gli interventi da fare sulla piazza.

Se l'intento dell'assessore è quello di fare bella figura e di ostentare uno stile moderno e professionale, forse avrà fatto la mossa giusta, ma se vogliamo pensare all'utile della città allora i nostri amministratori dovrebbero fermarsi a riflettere. Cosa potranno mai proporre i geniali architetti che vorranno cimentarsi nell'impresa? nel migliore dei casi ci proporranno uno spazio vuoto reso originale da invisibili inciampi alla maniera della nuova piazza Salotto di Pescara e nel peggiore riempiranno la piazza con il frutto del loro genio creativo, cioè con qualcosa che apparirà come un'astronave aliena atterrata davanti a San Giustino.

Se vogliamo restituire la piazza all'uso "umano" della città, dobbiamo partire dalle esigenze concrete dei cittadini, cioè dobbiamo parlare con loro e non con gli architetti giapponesi o americani. Questo ci farebbe anche risparmiare soldi.

La comunicazione con i cittadini sembra essere fuori dalle possibilità e dagli intenti di questa amministrazione, ed è sicuramente l'elemento di maggior delusione di chi aveva sperato nel cambiamento politico del 2005, però anche senza partecipazione di idee possiamo renderci conto che non avrebbe senso domandare in giro se in piazza ci stanno meglio le pachine o le aiuole, se sia preferibile una grande fontana oppure un giardinetto, se prima non diciamo a chi e a che cosa quella piazza dovrebbe servire. Sappiamo tutti che il Palazzo di Giustizia non riesce più a contenere i suoi uffici ora dislocati anche in un palazzo di Piazza Malta e in quello delle Poste; sappiamo anche che Palazzo d'Achille ha lo stesso problema e gli uffici comunali sono stati sistemati anche nel fatiscente palazzo di via Sant'Eligio e nell'ex inps; dunque è necessario prima trovare un'adeguata e funzionale collocazione a queste importanti strutture per poter capire chi potrebbe andare nei palazzi di piazza San Giustino.

Se potessi decidere io darei il Palazzo di Giustizia all'Università, come sede del Rettorato, e metterei le facoltà umanistiche a Palazzo d'Achille e a Palazzo De Pasquale. In questo modo anche l'idea di trasformare in studentato l'ex convento del SS. Rosario sarebbe più apprezzabile. Tutta l'area a partire dall'ex caserma Pierantoni (dove il Ciapi dovrebbe collocare strutture scolastiche) fino a San Giustino e a Palazzo De Majo (dove è già previsto un centro di studi universitari) diventerebbe zona universitaria e così la piazza tornerebbe a vivere senza bisogno di ingegnosi giochi architettonici. Gli studenti che ora sono tutti concentrati negli spazi verdi del Campus, avrebbero come naturali luoghi di incontro la Piazza San Giustino e i magnifici spazi del quartiere Santa Maria, in particolare penso alla gradinata di Porta Pescara e all'ex pescheria trasformata in Internet Point. Ma forse anche l'antico seminario potrebbe essere coinvolto in questo circuito.

Chiudete gli occhi e pensateci: gli studenti di Chieti non avrebbero niente da invidiare a quelli di Perugia, di Macerata, di Camerino, di Urbino...

Ovviamente resta il problema del Comune e del Palazzo di Giustizia. Dove li mettiamo? io metterei il Tribunale nella vecchia sede dell'Ospedale Civile, come da tempo s'era prospettato e prima che la struttura venga rioccupata per le esigenze del San Camillo. Invece il Municipio troverrebbe una sede magnifica nel castello della caserma Spinucci. Basterebbe adattare le grandi strutture interne all'area militare per poter riportare là tutti gli uffici comunali ora sparpagliati.

Inoltre si potrebbe trasformare in parcheggio l'area di rimessa dei filobus. Piazza Garibaldi diventerebbe così il centro amministrativo della città e questa sì dovrebbe essere ridisegnata adeguatamente con utile apporto di bravi architetti, ai quali si potrebbe anche chiedere di realizzare un collegamento diretto (un ponte) che consenta di raggiungere in pochi passi il parcheggio di via Papa Giovanni da piazza Garibaldi.

Per recuperare l'area di rimessa dei filobus è necessario costruirne una nuova all'altro capolinea, cioè nella zona di via dei Vestini o nel Villaggio Mediterraneo ora in progettazione. Se la nostra amministrazione volesse si farebbe ancora in tempo.

In cambio dei palazzi offerti in centro all'Università si dovrebbe chiedere la cessione di una struttura del Campus per le esigenze del San Camillo. Così si avrebbe:
1- un polo amministrativo della città in piazza Garibaldi, che in futuro potrebbe anche acquisire l'ex Caserma Berardi per realizzarvi un palazzo di uffici finanziari e una caserma della Guardia di Finanza rimettendo anche in uso il palazzo dell'Enel;
2 - una città universitaria nel centro storico che potrebbe godere anche dei musei, di una biblioteca provinciale nell'attuale struttura dell'Ospedale Militare e di studentati nell'ex pediatrico ed ex inps. L'attuale sede dei vigili urbani potrebbe diventare una biblioteca con sale di studio e postazioni internet e spazi sociali. In futuro si potrebbe pensare anche ad un recupero della Caserma dei Carabinieri di via Arniense che non sembra logisticamente adatta ad un comando operativo;

3- un polo scientifico-sanitario a Madonna delle Piane con l'ospedale clinicizzato, l'ospedale San Camillo e le strutture universitarie di Medicina, di Farmacia e di Scienze motorie.

4 - Naturalmente non mi nascondo le difficoltà dovute al fatto che molte strutture (Caserma Spinucci, Ospedale Militare, ecc.) da utilizzare sono di proprietà del Ministero della Difesa e che gli accordi sarebbero sicuramente complessi, ma non credo che gli apparati militari abbiano interesse a conservare immobili ormai imprigionati in un centro storico che limita la mobilità, quindi al Ministero della Difesa si potrebbero offrire gli ampi spazi e le moderne strutture del Parco Paglia in modo da creare un polo militare nella zona di via Piaggio.

A me questo momento di apparente stallo e di incertezza creato dal declino e dallo svutamento che Chieti ha subito negli ultimi anni sembra una grande occasione per ridisegnare in modo razionale la città. Se Chieti vuol "ripartire" deve riuscire a proporsi in modo nuovo senza lasciare niente di intentato. Chi governa la città deve tracciare il disegno, anche ambizioso, per poi coinvolgere nella realizzazione gli enti pubblici e le imprese private, invece si ha l'impressione di una subalternità della politica rispetto alle esigenze particolari e alle pressioni dei privati, che coltivando i loro orticelli finiscono inconsapevolmente con il limitare le loro stesse possibilità.
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